Alle polemiche alimentate nei giorni scorsi inerenti alla questione della Nazionale (lo stesso ct aveva provocatoriamente parlato di un’ “Italia figlia di nessuno”) Conte e gli Azzurri hanno risposto sul campo portandosi a casa il bottino pieno nei due match contro Malta e Bulgaria, aggiudicandosi il primo posto nel Gruppo H di qualificazione verso gli Europei di Francia 2016. In questa querelle della Nazionale è voluto entrare anche Roberto Donadoni, ex ct ed ex allenatore del Parma, appoggiando il lavoro portando avanti da Conte.

Ai microfoni di “Radio anch’io Sport” di Radiouno Donadoni ha ribadito, come il ct della nazionale azzurra, che ci vuole più attenzione da parte dei club nei confronti della Nazionale: “La sensazione è che da parte di troppe società di A il fattore Nazionale sia vissuto un po’ come un ostacolo alla stagione e questo non si sposa con gli interessi del ct e del Paese che vuol vedere l’Italia primeggiare. Credo che questo sia un male che la Nazionale si trascina da sempre, purtroppo c’è un tipo di cultura in Italia che non privilegia la Nazionale, basta vedere gli anni passati, anche quando ero io commissario tecnico. Avevo sottolineato la necessità di cominciare prima, con un paio di settimane d’anticipo, ma per cultura e mentalità abbiamo tenuto i soliti canoni che vanno modernizzati perché è giusto pretendere ma è anche giusto mettere il ct in condizione di giocare in un certo modo e avere una squadra altamente competitiva. C’è una coperta troppo corta. La Nazionale alle volte è vissuta come una valvola di sfogo rispetto a un campionato intenso, ma poi gli impegni che la Nazionale ha non si sposano con questo ragionamento“.

L’ex allenatore del Parma ha poi spiegato che l’unica soluzione è la programmazione tra club e federazione e sulla crescita dei giovani: “Il calcio italiano si dice sia un po’ mediocre, se è così si giustifica il fatto che i nostri giocatori fanno più fatica ad andare all’estero. Non credo sia così. Per costruire bisogna però avere la possibilità di programmare, è fondamentale una unità tra club e Federazione. Bisogna programmare mentre noi diamo tutto per scontato, cosa che fanno anche i club, bisogna far crescere i giovani, l’esperienza si costruisce giocando e rischiando di far brutte figure anche a livello di club. Non si ha voglia di aspettare e rischiare qualcosa, e questi sono i risultati. La Juventus sta insegnando qualcosa, sta provando a ringiovanire la squadra rischiando, ma il campionato è lungo e i valori verranno fuori. Bisogna che i nostri giovani crescano ed abbiano la voglia di misurarsi, una spinta che vedo che hanno un po’ perso le nuove generazioni, è venuta meno la fame e questo dove i valori sono livellati fa una grandissima differenza

Infine l’ala storica del Milan conclude rilasciando un pensiero sulla scarsa capacità realizzativa degli attaccanti: “Ci sono attaccanti interessanti, qualcuno che forse ha un po’ disatteso le aspettative e i margini di crescita. Quando non si fa gol è facile puntare il dito su chi dovrebbe finalizzare, il calcio moderno ci ha fatto capire che la via del gol spesso passa per vie diverse e non solo per gli attaccanti di ruolo. Pellè? L’ho avuto al Parma, oltre alla grande fisicità aveva qualità tecniche di altissimo livello, andare all’estero lo ha aiutato a crescere e ora si vedono i frutti. Lo stesso discorso vale per Darmian, che però aveva giocato campionati importanti anche in Italia. Essere propensi ad andare fuori può essere d’aiuto, anche dal punto di vista culturale“.