Non sarà Fabio Capello il successore di Antonio Conte sulla panchina azzurra. Inequivocabile la dichiarazione che l’ex commissario tecnico di Inghilterra e Russia ha rilasciato alla televisione svizzera RSI: “Sono orgoglioso che si faccia il mio nome, ma non voglio allenare una nazionale in questo momento. Ho detto di essere in stand-by, ma potrei valutare soltanto offerte da squadra che mi permetterebbero di allenare giornalmente. In una nazionale non voglio mettere piede“.

Parole sorprendenti, poiché in netta controtendenza rispetto a quelle che lo stesso allenatore friulano aveva pronunciato solo pochi giorni fa: “Ho ricevuto moltissime chiamate ma ho detto di no a tutti, perché mi sto divertendo moltissimo in televisione. Però ascolto tutti e valuto. Per il momento non ho ancora pensato all’eventualità di allenare l’Italia“. In molti vi avevano letto un’apertura, anche se magari non entusiasta, ma di certo non una porta in faccia. E invece.

Cos’è cambiato da lunedì a oggi? Forse nulla, forse si è trattato soltanto di qualche frase espressa o intesa maldestramente. O forse, come suggeriva la Gazzetta dello Sport con un certo cinico realismo, Capello non è tipo da mandare curriculum. Dev’essere la Federazione, nella persona di Carlo Tavecchio, a recarsi dal Maometto di Pieris e non viceversa. E la FIGC non l’ha fatto: anzi, a quanto pare, la pista-Capello non sarebbe mai stata quella privilegiata. Roberto Donadoni è il nome a cui Tavecchio sta pensando per il futuro della nazionale italiana: apprezzato da tutti, esperto, profondo conoscitore dell’ambiente, decisamente meno scomodo di un Capello o di un Mancini, giovane abbastanza per legarsi a un progetto a medio-lungo termine, e soprattutto lontano (per il momento, e a differenza di Conte) dalle lusinghe multimilionarie dei top club europei. E, aggiungiamoci anche questo, dichiaratamente orgoglioso dell’opportunità di poter allenare nuovamente gli azzurri.

L’unico a poter insidiare l’attuale tecnico del Bologna è Claudio Ranieri. Per l’artefice della miracolosa stagione del Leicester, la chiamata azzurra rappresenterebbe una sorta di Oscar alla carriera, il coronamento di un lavoro lungo 30 anni. Contro questa soluzione remano due fattori: la sua unica esperienza da commissario tecnico, con la Grecia, è stata oggettivamente un disastro; la probabilissima partecipazione alla Champions League del suo Leicester potrebbe avere felici ripercussioni monetarie sulle sue tasche, tanto da ingolosirlo e convincerlo a proseguire in Inghilterra.