Nel match di cartello della 26a giornata di campionato tra Napoli e Inter è finita, proprio come all’andata, con un pareggio per 2-2 e come nella serata del 19 ottobre scorso i nerazzurri hanno agguantato il pari in extremis rimontando un Napoli che per lunga parte del match aveva messo a ferro e fuoco l’area interista. I partenopei possono naturalmente meditare sull’aver dilapidato, questa volta, un vantaggio duplice, cosa che li tiene ancora a debita distanza dal secondo posto in classifica occupato da una Roma in evidente crisi d’identità. L’Inter non muove di molto la classifica ma ottiene un punto estremamente importante in termini psicologici: uscire indenni dal San Paolo non è da tutti.

Tra identità e differenze. Sono ovviamente cambiate molte cose da quella settima giornata di campionato che ha visto il primo confronto edizione 2014/2015 tra Inter e Napoli, in primis il passaggio del testimone sulla panchina nerazzurra tra Mazzarri e Mancini (cosa che poi prelude tutta una serie d’incroci tra nerazzurri e partenopei che non stiamo neppure ad elencare). In entrambe le partite (andata e ritorno) si è assistito allo stesso tema tattico con l’Inter a fare gioco o a tentare di farlo e il Napoli fatale in ripartenza. A fattori cambiati, Mazzarri-Mancini, identico prodotto: centrocampo interista colpevole di sanguinosi smarrimenti di palla e partenopei maestri del forcing dalla metà campo in su. Allora fu micidiale Callejon per ben due volte, al San Paolo invece tanta velocità ma altrettanta inconcludenza per l’esterno ex Real Madrid. Identico invece il contributo di Hernanes in entrambe le gare: una punizione magistrale all’andata che regalò il pareggio all’ultimo secondo e un dinamismo offensivo estremamente efficace nei 25 minuti finali al ritorno. Icardi che invece è maturato tantissimo, soprattutto a livello mentale, diventando tra l’altro capocannoniere del torneo con 15 reti come Tevez. Quasi abulico, ininfluente e perennemente fuori dal gioco nell’Inter di Mazzarri, decisivo, partecipativo e con grande personalità (il cucchiaio come firma d’autore nel rigore segnato ad Andujar) nell’Inter del Mancio.

Napoli blackout sul finale. Benitez si ritiene soddisfatto ma è un Napoli con evidenti problemi di tenuta psico-fisica. Sicuramente l’affaticamento sui tre fronti e le 40 partite disputate da inizio stagione (ultima ma non ultima quella della semifinale di Coppa Italia mercoledì scorso con la Lazio) pesano. Eccome. Si riaffaccia l’antico problema del turnover dei partenopei: Mazzarri (sempre lui) ne faceva troppo, Benitez ne fa troppo poco e i risultati sono sotto gli occhi di tutti con il Napoli che a un certo punto va in acido lattico e stacca la spina, incapace di gestire il vantaggio e di portare a casa punti preziosi. L’Inter di Mancini, al pari di quella di Mazzarri (con una media punti pressoché identica), forse dimostra più personalità che gioco. In difesa mai una volta che funzioni tutto alla perfezione, il centrocampo spesso s’incarta, ma quello che Mancini ha inoculato nella testa dei giocatori è una mentalità da grande squadra. Ora non lo è, ma può diventarlo. E l’Inter ci crede.