Il 25 febbraio del 1964, alla Convention Hall di Miami Beach, Florida, un giovane pugile di Louisville, già oro olimpico a Roma nei mediomassimi, si prese per la prima volta il titolo di campione del mondo, battendo in sette riprese il campione in carica Sonny Liston (foto by InfoPhoto). Quel pugile si chiamava Cassius Marcellus Clay e, dopo la conversione all’Islam, passò alla storia come Muhammad Ali, uno dei più grandi atleti che lo sport, qualsiasi sport, abbia mai conosciuto: non solo per i suoi numerosi trionfi sul ring, ma anche e soprattutto per l’incalcolabile impatto nella storia culturale e perfino politica della sua generazione e di quelle a seguire.

Clay, un nome “da schiavo”, come diceva lui stesso, quel giorno sconfisse uno che il cotone lo aveva raccolto veramente e che sulla schiena portava i segni delle frustate del padre. Sonny Liston, 13esimo di 25 figli di un mezzadro povero quanto violento, aveva sfruttato la sua incredibile forza fisica per compiere rapine e far da guardia del corpo ai gangster, prima che un prete, in carcere, gli consigliò di utilizzarla per la boxe: ottima idea, dal momento che, nel giro di pochi anni, Liston era considerato il più grande picchiatore in circolazione, uno che aveva demolito il precedente campione Floyd Patterson nel ’62 e terrorizzava letteralmente gli avversari, oltre che stampa e opinione pubblica. Anche Clay aveva paura di Liston, che chiamava “il terribile orso”, ma era spavaldo abbastanza da non farlo vedere, anzi da provocarlo apertamente, forse per esorcizzare il timore di far la fine di tutti gli altri.

Solo che lui non era come tutti gli altri. Era sfavorito, Clay: tremendamente sfavorito, visto che 43 dei 45 giornalisti interpellati prima del match indicarono Liston come vincitore. Eppure vinse. Per il suo stile rivoluzionario, agilità contro forza animalesca, ma soprattutto perché la spalla sinistra di Liston lo costrinse al ritiro all’inizio della settima ripresa. Si parlò, con più di una ragione, di match aggiustato – la quota per Clay vincente passò da 7 a 1 a 2 a 1 poche ore prima del match, senza motivo apparente, e Liston apparve a molti come repentinamente invecchiato, più lento e meno aggressivo rispetto alle aspettative e alle abitudini – anche se l’inchiesta si chiuse senza condanne. E la stessa cosa si disse della rivincita, l’anno successivo, che vide una fulminea vittoria di Ali (nel frattempo aveva cambiato nome) per il celebre “pugno fantasma” che mandò al tappeto Liston dopo un minuto dall’inizio del match, regalandoci una delle più famose istantanee sportive del XX secolo, quella dell’Ali ringhiante sull’avversario al tappeto. La carriera di Liston, che stava comunque volgendo al termine, venne irrimediabilmente rovinata dalle voci e dai sospetti. Quella di Muhammad Ali, di converso, era appena salpata verso il mito.

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