La morte di Johan Cruyff ha colpito tutti coloro che amano il calcio e non solo. Perché l’olandese tutto è stato, tranne che un calciatore dentro tali ranghi. Che ruolo aveva Cruyff? Era un difensore? O un centrocampista?

Vero, è stato l’emblema del calcio totale, forza trainante di quell’Olanda che non riuscì mai a conquistare il titolo mondiale ma che, negli anni ’70, fu la vera trascinatrice della rivoluzione nel mondo del pallone. Un gioco – non gioco, un calcio – non calcio: tutto questo creò il mito. Il mito Cruyff, ma soprattutto il mito di quell’Olanda.

E’ considerato uno dei migliori giocatori della storia del calcio, probabilmente il migliore europeo assieme ad Eusebio, Platini e Van Basten, per buona pace di tutti gli altri. Fu l’interprete più emblematico del calcio totale con cui l’Ajax e i Paesi Bassi di Rinus Michels rivoluzionarono la storia del calcio tra la seconda metà degli anni 1960 e la prima metà degli anni 1970.

Ma, soprattutto, fu l’icona della rivoluzione: anche nel suo aspetto, con quel capello lungo e spesso trasandato, incarnava la rivoluzionaria stirpe dei figli dei fiori del ’68; e, per contro, sul campo di calcio aveva una personalità unica, di quelle che oggi giorno si fatica a trovarne. Non a caso una mente ed un occhio attento come quello di Gianni Brera lo ribattezzò “il Pelé bianco”.

Assieme a Platini e van Basten è il calciatore che ha vinto più Palloni d’oro, ben tre, ed è uno sei allenatori capaci di vincere la Coppa dei Campioni dopo averla vinta da giocatore: assieme a lui Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Josep Guardiola, Frank Rijkaard e Carlo Ancelotti.

Ma il tumore ai polmoni, comunicato al mondo intero il 22 ottobre 2015, ha portato via soprattutto un uomo: nato nel quartiere Betondorp della periferia di Amsterdam, figlio di genitori che portavano avanti un negozio di frutta e verdura, perse il padre a soli 12 anni, dovette lasciare gli studi a 12 anni per difficoltà economiche. Una vita non agiata, coronata con il successo calcistico grazie ai sacrifici.

Ecco, Johan Cruyff è l’emblema del ragazzo di strada che diventa famoso e ricco grazie alla passione per il calcio, come Rivera e Maradona. Nulla a che spartire con i giovani viziati di oggi, anzi: lui era uno con le palle. Un uomo capace di chiamare il figlio Jordi in onore di San Giorgio, patrono della Catalogna; peccato che nacque nel periodo in cui il padre giocava per il Barcellona ma c’era Franco come presidente; il nome del ragazzo, infatti, fu registrato nei Paesi Bassi perché in Spagna vigeva ancora il franchismo che vietava nomi che ricordassero il nazionalismo catalano.

Ci mancherà la sua umanità nascosta, perché in pubblico spesso era un burbero. Ci mancherà la sua grande personalità, il suo essere un personaggio unico, carismatico e rivoluzionario. Nella vita come nel calcio: perché spesso le due cose vanno a braccetto.