I Campionati Mondiali del 1950 in Brasile vengono ricordati (in patria molto tristemente, come un lutto nazionale) per un solo unico avvenimento: la finale persa contro l’Uruguay, ovvero il cosiddetto Maracanaço. E in quello storico evento due sono i nomi che tutti non possono dimenticare, anche a scapito di due grandi eroi che si resero protagonisti di quella impresa della Celeste contro ogni pronostico come Schiaffino e Obdulio Varela, quello del portiere dell’allora Seleção Barbosa e Ghiggia, colui che segnando il secondo gol dell’Uruguay condannò il Brasile all’atroce sconfitta. Barbosa scomparve nell’aprile del 2000, mentre nella giornata di ieri è toccato proprio ad Alcides Edgardo Ghiggia darci l’estremo saluto.

All’età di 88 anni ci lascia un indimenticabile campione del calcio che ha scelto proprio il 16 luglio, nel 65° anniversario di quella storica disfatta, per accomiatarsi. Come se avesse voluto attendere apposta quel fatidico giorno che in qualche modo cambiò la storia del calcio. Almeno quella brasiliana. Uno sberleffo nostalgico, un modo per ricordare un calcio che non c’è più.

Aveva esordito nella squadra del Sud America a Montevideo nel 1944 per poi passare rapidamente nel glorioso Peñarol nel 1948 dove trascorse 5 stagioni facendo registrare 169 presenze e 26 reti e vincendo tre scudetti. Memorabile la decade dal 1953 al 1962 trascorsa in Italia con le maglie di Roma (in cui nel 1961 conquistò una storica Coppa delle Fiere) e poi Milan, per una sola sfortunata stagione. Probabilmente al suo funerale non c’erano 200 mila persone come in quella leggendaria occasione del Maracanà, ma il nome di Ghiggia rimarrà sicuramente impresso nei cuori di vecchie e nuove generazioni di calciofili.