CAVALESE (Trento) – E’ finita com’era nelle previsioni per l’Italia, ovvero senza medaglie, 10 anni dopo un altro zero, sempre in Val di Fiemme. Ma attenzione, non fossilizziamoci su questo dato. Primo, perché senza un Alessandro Pittin (unico, vero, fuoriclasse attuale nelle discipline nordiche) al top della forma, e comunque alla prese con problemi tecnici da sistemare nel salto, era appunto preventivabile un risultato di questo tipo; secondo, perché in realtà gli azzurri in alcuni casi sono andati anche al di là del pronosticabile, come nella staffetta 4x10km maschile di fondo, per esempio, arrivando a giocarsi qualsiasi tipo di medaglia fino all’ultimo metro dell’ultima frazione. Torneremo alla fine a parlare della Nostra nazionale, ma prima è tempo di riflettere su una seconda settimana di gare che ha confermato, ancora più della prima, come l’edizione dei Mondiali di sci nordico in Val di Fiemme 2013 resti tra le più belle di sempre, o almeno tra le più emozionanti degli ultimi anni.

Merito dell’organizzazione, certo, dei paesaggi da cartolina, ma tutto questo lo sapevamo già, alla terza edizione della rassegna organizzata in Trentino; per una volta, bisogna dare agli atleti quel che è degli atleti, cioè la capacità di far salire l’adrenalina se si affrontano le gare più importanti della stagione al top della condizione e con il cuore in mano. E’ chiaro che re e regina dei Mondiali 2013 hanno un nome e un cognome, Jason Lamy-Chappuis, francese, combinatista, e Marit Bjørgen, norvegese, fondista, ma non fermiamoci ai soliti luoghi comuni e proviamo ad andare oltre.

Cos’è che rende una manifestazione unica, a nostro modesto avviso? I fuoriclasse, certo, ma quelli non mancano mai; soprattutto, pensiamo, l’imprevedibilità di alcune gare, l’equilibrio, qualche sorpresa e il coraggio. Ecco la parola magica, coraggio. Quello che ha mostrato oggi lo svedese Johan Olsson, capace di riportare l’oro della 50km maschile in Svezia, 20 anni dopo Torgny Mogren, sparigliando le carte con una fuga da lontano, manco fossimo nel ciclismo, roba mai vista, o quasi, da quando esistono le mass-start nella distanza più lunga; il coraggio mostato anche da polacchi, norvegesi e tedeschi nella gara a squadre di salto maschile, tanto da far sudare fino all’ultimo, all’imbattibile Dream-Team austriaco, quella medaglia d’oro inseguita per tutte e due le settimane, data per scontata e invece arrivata solo grazie all’eroismo di un altro coraggioso, Manuel Fettner, saltatore del Wunderteam che ha perso uno sci in atterraggio sul secondo salto, ma è rimasto incredibilmente in equilibrio sul piede sinistro senza incorrere in penalizzazioni pur di regalare al suo paese quel metallo pregiato tanto agognato; il coraggio  è stato anche quello di  Jason Lamy-Chappuis, che nella staffetta di Combinata Nordica è andato a sfidare in volata Magnus Moan, uscendone vincitore per un alluce; e che dire delle “yankee”  Jessica Diggins-Kikkan Randall, che  domenica 24 febbraio hanno riscritto la storia del fondo regalando a un paese non europeo il primo successo iridato di sempre. Potremmo proseguire ancora a lungo. Insomma, ci siamo capiti. Fiemme 2013 è stato un mondiale appassionante, tecnico, con buona conferma dei valori assoluti e di quelli già espressi nella stagione di Coppa del Mondo.

L‘Italia farà bene a non lamentarsi troppo per quello che è successo nel triangolo Lago di Tesero-Cavalese-Predazzo (ma, temiamo, non sarà così), tenendo conto delle possibilità e delle potenzialità degli azzurri: è finalmente in atto un cambio generazionale nella squadra maschile di fondo, quello già iniziato da due anni all’interno del gruppo femminile, infatti più avanti con la crescita delle sue giovani; Evelyn Insam, Elena Runggaldier e compagne hanno fatto scoprire a tutto il Bel Paese l’esistenza del salto anche a livello femminile, dove le fuoriclasse sono altre (per esempio la giapponese Sara Takanashi, vincitrice della Coppa del Mondo, per esempio l’americana Sarah Hendrickson, fresca campionessa iridata), ma dove le azzurre si difendono con onore; la squadra di Combinata Nordica ha un talento già rivelatosi in Alessandro Pittin e, si sa, deve sistemare tante questioni tecniche nel salto per poter tornare a essere competitiva per le prime posizioni; Colloredo e Morassi, soprattutto nelle gare a squadre, sono stati all’altezza delle loro possibilità.

Il medagliere finale se l’aggiudica la Norvegia (nella foto Newspower, Bjoergen e Johaug ), con 19 medaglie e 8 ori, davanti a Francia e Russia, ma il quarto posto degli Stati Uniti, in una rassegna iridata di sci nordico (!), ci fa capire come i tempi, rispetto a 20 anni fa, siano decisamente cambiati…