Suona quasi come una favola la storia di Nigel Owens, il 44enne arbitro gallese designato per dirigere la finale del Mondiale di rugby tra Nuova Zelanda e Australia in programma a Twickenham sabato 31 ottobre. All’età di 26 anni fu salvato in extremis da un tentativo di suicidio. Ora dopo aver fatto outing, è atteso dall’appuntamento professionale più importante della sua vita. Si può stare qua a ragionare a lungo sullo stato dell’arte in merito ai pregiudizi gay nello sport, e sotto questo profilo anche il rugby non è esente anche nell’attuale da episodi squallidamente omofobi, intanto però Owens si gode il primato di arbitro dichiaratamente gay scelto per una finale.

Quando si dice “i fatti contano più delle preferenze in campo sessuale” e il gallese ha tutti i numeri della sua per legittimare e “giustificare” questa designazione, essendo un’autentica icona del rugby, un veterano della palla ovale chiamato già a dirigere tre finali di Heineken Cup e oltre 60 test match. Un percorso decisamente arduo prima del riconosciuto successo, per lui che nato in un piccolo villaggio nelle lande del Carmarthenshire, dopo aver scoperto la passione per il rugby, decise di intraprendere la carriera di arbitro ma arrivò a un pelo dalla tragedia quando nel ’97 decise di togliersi la vita. Fortunatamente fallendo il tentativo, anche grazie alla polizia che lo trovò disteso su una collina dopo aver assunto una miscela micidiale di whisky e paracetamolo.

Con il coming out del 2007, alla vigilia del suo primo Mondiale, Owens è uscito ala scoperto delle sue paure e le sue paranoie, cessando di nascondersi e incominciando ad affrontare le proprie fobie, le tante inadaguatezze e il grande nemico rappresentato dal fronte omofobico di chi non ha mai accettato la sua diversità, dall’ambiente sociale a quello professionale. Circa un anno fa Owens ha raccontato di avere pensato addirittura di chiudere la sua carriera dopo essere stato preso di mira da alcuni tifosi durante un Inghilterra-Nuova Zelanda giocata proprio a Twickenham.

Poi però, come in tutte le favole che si rispettino, ha prevalso l’amore per lo sport: “Se non fosse stato per il rugby, i giocatori, gli spettatori e tutta questa comunità non sarei la persona che sono oggi“, ha dichiarato Owens in un documentario trasmesso recentemente dalla Bbc. E, alla stampa inglese, ha detto al momento della sua designazione: “Questa è la mia terza coppa del mondo e penso che sia la migliore“, aggiungendo: ”Voglio ringraziare i miei amici e la famiglia per essermi stati vicini nei momenti più difficili della mia vita. Peccato solo che mia madre non possa essere qui in questo momento. È morta sei anni fa, ma sarebbe stata molto orgogliosa di me“.