Prosegue il viaggio di avvicinamento ai Mondiali in Brasile sugli aspetti riguardanti l’organizzazione dell’evento più importante del 2014.  Per monitorare i lavori, nel 2010 sono sorti nelle dodici città sede della manifestazione i Comitês Populares da Copa (Comitati popolari per la Coppa) che rappresentano i movimenti sociali e dei lavoratori, organizzazioni non governative, accademici e cittadini della società civile. Essi sono raggruppati a livello nazionale nell’Articulaçâo Nacional dos Comitês Populares da Copa (ANCOP) che ha prodotto due dossier, uno nel 2012 e nel maggio 2013, intitolati ‘Megaeventos e Violações de Direitos Humanos no Brasil’ (scaricabili a questo link) in cui vengono denunciati gli effetti prodotti da Mondiali e Olimpiadi. Gli effetti riassumibili in sgomberi forzati, catastrofi naturali derivanti dall’alterazione del territorio e conflitti legati alla terra. L’obiettivo dei comitati è richiamare l’attenzione delle autorità pubbliche, le organizzazioni della società brasiliana, le ONG e tutta la società civile.

I progetti urbani in vista degli eventi sportivi sono accusati di avere un impatto devastante sul piano economico, urbanistico, ambientale e sociale nonostante la programmazione delle infrastrutture a livello federale, statale e municipale segua le linee guida del comitato organizzatore e le esigenze della FIFA. Nel suo ultimo rapporto Amnesty International ha inoltre denunciato gravi violazioni dei diritti umani per lo sgombero forzato di diverse comunità in tutto il Paese per far spazio al nuovo piano urbanistico delle città: secondo il rapporto le opere infrastrutturali faranno perdere la casa a 250.000 persone in tutto il Brasile e ad aprile 2013 sono state stimate al già almeno 170.000 gli sfollati soprattutto nelle comunità più povere o favelas. Nella maggior parte dei casi queste comunità sono collocate in luoghi in cui il valore del terreno è aumentato per lo svolgimento della Coppa del Mondo e quindi incline alla speculazione immobiliare.

Oltre alla mancanza di trasparenza e di consultazione con le comunità locali, che non avrebbero ricevuto informazioni e tempistiche adeguate, le autorità sono accusate di non aver offerto una piena compensazione o un alloggio alternativo equo alle famiglie, sovente spostate a notevole distanza in alloggi più scadenti, con limitato accesso ai servizi essenziali e in zone maggiormente problematiche dal punto di vista della sicurezza. Nel mirino anche le modalità utilizzate dalle istituzioni per sgombrare le abitazioni: secondo l’agenzia Publica la disinformazione prova a giustificare la necessità di uno spostamento per favorire la mobilità urbana e proteggere la popolazione da eventuali rischi ambientali o strutturali a cui andrebbero incontro. Se la strategia del miglioramento delle condizioni di vita non produce risultato il passo successivo sono la pressione psicologica e le minacce fino all’arrivo della polizia militare che procede fisicamente con gli sgomberi.

Alle persone sfrattate le istituzioni possono offrire di trasferirsi in case popolari del governo, di ricevere una cifra mensile per pagare l’affitto da un’altra parte o uno stipendio mensile, stimata in massimo 300 dollari, o di ottenere una somma in denaro per la casa o l’attività commerciale demolita, quantificabile solitamente tra 1.500 e 5.000 dollari. E’ da considerare come non siano numerosi i residenti che possono dimostrare la proprietà della casa o del terreno, e molto spesso la trattativa tra abitanti e le autorità locali può facilmente diventare a senso unico o addirittura assente visto che nelle favelas e nelle zone più povere è comune trovare persone che vivono una condizione di illegalità: le stesse non hanno quindi la possibilità di ricevere un indennizzo economico od ottenere un supporto legale.

Tra gli sgomberi ha fatto parecchio scalpore quello di Morro da Providência, prima favela in tutta l’America Latina in cui vivono cinquemila persone e dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel luglio 2012. Il responsabile del comune di Rio de Janeiro per gli espropri, Jorge Bittar, ha usato il termine ‘rivitalizzazione degli slums‘ invece di ‘sfratto obbligatorio‘ affermando che la ricollocazione delle persone allontanate avviene nella maniera più democratica possibile rispettando i diritti di ogni famiglia. I costi degli sgomberi e della successiva edificazione delle strutture funzionali agli impianti sportivi sono stati stimati in 63,2 milioni di dollari.

La questione è giunta anche sul tavolo dell’Onu ed è stata oggetto di un’interrogazione parlamentare al Parlamento Europeo. Il 14 giugno 2013 l’urbanista brasiliana Raquel Rolnik, esperta dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha ha redatto un dossier in cui denuncia sfratti attuati senza rispettare le procedure stabilite e violando gli standard internazionali sui diritti umani (nel marzo 2010 a Ginevra la stessa Rolnik aveva presentato un altro dossier sullo sfollamento di 20mila persone da una baraccopoli di Città del Capo per gli ultimi Mondiali). I ricercatori che hanno partecipato al dossier hanno sottolineato come il valore degli immobili in alcune delle zone del Brasile oggetto di sgomberi siano in crescita e che quindi l’obiettivo della riqualificazione non sia solo quello di intervenire sulla mobilità urbana ma di instaurare un processo che favorisca imprenditori e altre imprese che investono nella regione.

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