La sua voce e il suo eloquio sono di quelli davvero inconfondibili. Tanto che ogni volta che apre bocca lui si ha come l’impressione che sia iniziata una partita di calcio. Non ci sono dubbi, insomma, che, tra i telecronisti italiani, Bruno Pizzul (qui lo spot Fiat insieme a Trapattoni sugli incentivi 2014) sia uno dei più conosciuti e dei più amati e, infatti, ancora adesso che ha 76 anni e che ufficialmente è “in pensione” dal 2002, “the voice” continua a essere chiamato da radio e televisioni per dire la sua e commentare le grandi partite. Ecco perché, anche in vista degli imminenti mondiali (qui tutta la programmazione in chiaro), il grande Bruno Pizzul non potrà starsene sempre in poltrona a godersi i match, ma dovrà girare redazioni e studi tv, per poter accontentare i tanti tifosi per i quali, ancora oggi, i mondiali non sono mondiali senza di lui. Ovviamente anche noi, quando lo abbiamo incontrato (al GrandPrix della pubblicità, dove è stato insignito del Premio Comunicazione e Sport), non abbiamo potuto fare a meno di interrogarlo su Brasile 2014.

Domanda scontata, ma d’obbligo: seguirà i Mondiali?
Inevitabilmente li seguirò, anche se ogni di volta dico “stavolta non so…”. E invece è un appuntamento ineludibile, per quelli che poi per tanti anni hanno fatto parte del mondo del calcio.

Da dove li seguirà?
Un po’ a casa e un po’ nei vari studi, perché ho parecchie collaborazioni.

A quali trasmissioni parteciperà?
Sarò in Rai al mattino presto e poi a Radio Montecarlo durante le partite. Per il resto si vedrà.

Che aspettative ha sull’Italia?
E’ difficile da dire. Se l’Italia dovesse, non dico vincere, ma anche solo arrivare in finale, sarebbe una sorpresa. Però noi siamo una squadra che può mettere in difficoltà tutti. Infatti nessuno vuole giocare con noi, perché noi riusciamo a far giocar male anche gli altri, quindi tatticamente facciamo paura un po’ a tutti. Quindi direi che andiamo là animati da tanti buoni propositi, sapendo che può succedere di tutto, perché quando si gioca male in due può anche capitare di vincere.

Quali squadre dobbiamo seguire con attenzione?
Le squadre blasonate sono sempre le stesse, però, secondo me il Belgio e la Colombia vanno tenute d’occhio, non perché possano vincere, ma fare un buon mondiale sì.

Delle scelte di Prandelli cosa pensa?
Non è che abbiamo grandissimi giocatori in questo momento, e credo che quelli scelti Prandelli siano quelli su cui in effetti si doveva puntare. I più bravi e affidabili ormai hanno già una certa età e alcuni giovani sono promettenti.

Dei grandi esclusi cosa dice?
Come sempre, di fronte alle scelte c’è sempre chi non è contento e soddisfatto. E sicuramente qualcuno c’è rimasto male di non essere stato convocato, come Gilardino, Toni, Criscito… Qualcun’altro dice che lo stesso Totti avrebbe potuto far parte della squadra per giocare frazioni di partita, ma, alla fine, dobbiamo fidarci del mister.

Qual è il primo ricordo bello della sua carriera che le viene in mente?
Le primissime partite che ho fatto: i mondiali di Messico ’70, anche perché io non avevo mai pensato di fare questo mestiere, poi mi hanno tirato dentro a fare un concorso e mi hanno preso! Così dall’oggi al domani ho iniziato… Le più belle emozioni per me sono proprio legate alle primissime partite che commentavo, quando era ancora tutta una novità.

Lei, tra l’altro ha un passato da calciatore nel Catania, nell’Ischia e nell’Udinese…
Sì, infatti la categoria dei giornalisti sportivi non mi era particolarmente simpatica, perché quando scrivevano delle mie prestazioni non è che fossero poi tanto teneri, forse a giusta ragione… Poi però mi è capitato di fare proprio questo lavoro e l’ho fatto molto volentieri.

Che cosa pensa delle telecronache a più voci che vanno di moda adesso?
Non mi piace fare valutazioni… Io ho sempre detto che preferivo fare la telecronaca da solo, poi però ho cominciato a farla con qualcuno accanto a me e altri a bordo campo. Tutto sommato direi che è una moda questa della telecronaca a più voci e io ero abbastanza d’accordo con quanti, già allora, quando commentavamo da soli, dicevano che parlavamo troppo.