“La Juventus è la mia squadra del cuore fin da bambino”. In un’intervista l’ex stella del Milan George Weah rivela un’inaspettata passione.

Juve, un amore mai realizzato

“Da piccolo in Liberia giocavo a calcio con la maglia bianconera - racconta l’ex centravanti a l’Equipe -. Guardavo le giocate di Platini in televisione e mi sono innamorato di quella squadra. Non avrei mai immaginato di vedere poi un giorno dal vivo Michel. Quando anni dopo l’ho incontrato per la prima volta non riuscivo a smettere di sorridere. Ero contentissimo, stavo per stringere la mano di un signore che poco prima ammiravo solo in televisione. Da quel momento la Juventus mi è entrata nel sangue, ma non ho mai avuto la fortuna di giocare per loro, anche se mi sarebbe piaciuto.

Monaco, il grande salto nel calcio europeo

Poi Weah affronte le origini della sua carriera. Emigrò in Francia per giocare tra le fila del Monaco: “Quando ho lasciato l’Africa la gente del posto mi diceva che stavo andando verso il fallimento. Non credevano in me. Mia nonna mi ha dato la fede e la forza per credere in me stesso. Il Principato di Monaco per me è stata una porta aperta, un dono di Dio. Quel giorno non solo Dio mi ha offerto un paese per vivere, ma ha anche detto alla gente del posto di aiutarmi, di capirmi. Arsène Wenger, naturalmente, ma anche il presidente Campora, Youssouf Fofana. Erano tutti lì per me. Anche il principe Alberto, che era giovane all’epoca, mi motivava molto. Ogni volta che mi vedeva diceva: “Continua a lavorare così e diventerai forte”. Mi ha spinto a dare tutto. Senza di loro non sarei arrivato da nessuna parte. Monaco ha lanciato la mia carriera. Non era solo una squadra. Quella era la mia vita, la mia famiglia. E non ho lasciato il club nel 1992, per andare al PSG, perché le cose sono andate male, ma semplicemente perché avevo dato tutto per il Monaco ed era il momento di lasciare. Ma anche oggi, nella mia testa, Monaco rimane il mio mondo”.

Weah: “Wenger? Un padre”

Una carriera proseguita col trasferimento al Paris Saint Germain: “Era troppo presto ancora per andare in Italia, così scelsi il PSG che non era blasonato come oggi. Molti mi criticarono, ma io pensavo che il club sarebbe potuto arrivare presto ai livelli del Monaco e del Marsiglia, e poi ho attaversato la mia migliore stagione proprio con quella maglia, tra il 1994 ed il 1995″. E sul legame con Wenger chiarisce: “Per me non è stato solo un allenatore, ma soprattutto un padre. Ricordo ancora quando mi disse ‘George lavora bene con noi e diventerai molto forte’. Fu lui a convincere il presidente a non comprare nessun attaccante e puntare su di me quando si fece male Mark Hateley. Se non mi avessero dato quella possibilità magari sarei finito in qualche squadra minore e mi sarei scoraggiato”. Infine, un commento sul Monaco di oggi: “Per me è la stessa squadra della mia epoca. La stessa cultura sportiva, la stessa filosofia di gioco, la voglia di vincere e non mollare mai. Non hanno mai perso la testa e sono rimasti solidi. Stanno facendo una grande stagione, sono fiero di loro”.