Se non altro, il rischio di una resa definitiva a metà gennaio è stato evitato. Il 2-1 con cui il Milan ha regolato il Sassuolo non è stato solo il lasciapassare ai quarti di finale di Coppa Italia (trofeo che va sempre di moda quando le cose girano male), ma anche un modo per restare mentalmente aggrappati a una stagione che stava per scivolare via. Un’altra sconfitta, dopo quelle rimediate sempre con il Sassuolo e contro il Torino (in realtà un pareggio, ma talmente orrido da essere assimilabile a un kappaò), avrebbe minato forse irrimediabilmente le pochissime certezze acquisite dal Milan e dal suo giovane allenatore in questi primi sei mesi di lavoro, riducendo al minimo le possibilità di riacchiappare per i capelli il filo interrotto in campionato.

E invece, le reti di Giampaolo Pazzini (foto by InfoPhoto) nel primo tempo, su pregevole assist di Cerci, e quella di Nigel De Jong a 4′ dalla fine, intermezzate dal ridicolo rigore del momentaneo 1-1 di Sansone – Zapata sarà scarso, ma non a tal punto da meritarsi un fischio come quello: il fallo l’ha subito lui, che si trovava davanti all’attaccante -, hanno prolungato di un po’ la vita ai rossoneri. Quanto a lungo, be’, dipenderà da quanto lo stesso allenatore sia disposto ad accettare le indicazioni che la partita gli ha dato.

Ci riferiamo all’utilizzo della stramaledetta prima punta, elemento imprescindibile in praticamente qualunque sistema di gioco da quando esiste il calcio. Il che non significa che debba essere necessariamente un centravanti d’area, ma uno che vede la porta sì. Proporre, come ha fatto Inzaghi finora, una squadra priva di giocatori in grado di segnare con regolarità, significa rinunciare a qualunque pretesa di gioco offensivo per la paura di sbilanciarsi troppo, accontentandosi di vivacchiare sul rigorino o sul numero da circo di Menez: un nonsense che a Milanello diventa praticamente una bestemmia, visto la tradizionale filosofia del club.

Pazzini non è e non sarà mai la soluzione a tutti i problemi del Milan, ma è l’unico giocatore attualmente in rosa che in carriera ha segnato circa un gol ogni tre partite: media tutt’altro che straordinaria, certo, ma molto superiore a quella di qualunque altro suo attuale compagno (per dire: dietro di lui c’è Keisuke Honda, che ne segna uno ogni cinque, ma in campionati minori). Finché la società non acquisterà un altro attaccante, Inzaghi farebbe bene a non privarsi di lui nemmeno in campionato. Senza rinunciare a Menez, giocatore di maggior qualità della squadra, ma ridisegnando la stessa secondo un 4-4-2 (o 4-2-3-1 che dir si voglia) più congeniale alle caratteristiche strutturali della rosa.