Mentre questo pomeriggio il Milan dell’olandese Seedorf si prepara ad affrontare il Livorno in un match fondamentale per la rincorsa al sesto posto, 25 anni esatti or sono il Milan degli olandesi e di Sacchi entrava fragorosamente nella storia del calcio mondiale, profanando il sacro tempio del Real Madrid con un inaudito 5-0, al termine di quella che da molti è ritenuta l’opus magnum di una squadra leggendaria e, in assoluto, una delle più spaventose manifestazioni di totalitarismo calcistico che si siano mai viste a ogni livello.

La revisione storica ha in seguito provato a ridimensionarne il valore, definendolo di volta in volta “sopravvalutato” o “bollito”, ma la realtà è che il Real Madrid che quel 19 aprile del 1989 si presentò a San Siro per correggere l’1-1 del Bernabeu era considerato la favorita per la vittoria finale esattamente come l’anno precedente, quando si era inusitatamente fatta sorprendere dal PSV Eindhoven di Hiddink (e da una papera di Buyo) in semifinale, dopo aver fatto fuori Napoli, Porto e Bayern Monaco; era una squadra capace di vincere cinque campionati di fila tra il 1986 e il 1990, corredati da due Coppe UEFA consecutive (1985 e 1986, prima squadra a riuscirci), per non parlare dell’effetto-nemesi che aveva sui club italiani: sotto la sua scure erano passati i capoccioni di Inter (1983, 1985 e 1986), Juventus (1987) e Napoli (1988). Insomma, c’erano tutti i motivi per aspettarsi qualcosa di molto diverso dal massacro che fu.

L’unica colpa attribuibile alla Casa Blanca e alla sua Quinta del Buitre fu quella di trovarsi di fronte non un avversario formidabile, ma la necessità storica incarnata. Per conformazione fisica, preparazione atletica, organizzazione tattica e agonismo al limite dell’isteria religiosa, quel Milan veniva direttamente dal futuro e non poteva esserci modo, naturalmente col senno di poi, per il compassato e classico Real Madrid di opporre alcuna resistenza credibile. La squadra di Leo Beenhakker, che già all’andata aveva dovuto ringraziare l’arbitro Fredriksson per un gol regolare di Gullit assurdamente annullato (era in gioco di quattro metri), fu letteralmente travolta da un branco di Mirmidoni furenti: il Milan correva di più, giocava di più, schiumava di più, voleva di più. E si prese tutto.

Si partì col silenzio, giusto un minuto, per ricordare le vittime di Hillsborough, mentre la curva intonava “You’ll never walk alone”. Finì 5-0, segnarono Ancelotti (che ci ha messo 25 anni meno tre giorni per farsi perdonare), Gullit, Rijkaard, Van Basten e Donadoni. E avrebbe potuto essere anche peggio di così, se il menisco non avesse fregato Gullit dopo pochi minuti della ripresa, consigliando prudenza anche ai compagni. Il Tulipano Nero rientrerà dopo un mese, giusto in tempo per aiutare Van Basten a sbriciolare lo Steaua Bucarest nella notte di Barcellona. La finale di Coppa dei Campioni fu certamente l’apoteosi del Milan di Sacchi, che tuttavia nella leggenda c’era entrato in semifinale. Quel 20 aprile la stampa spagnola, scioccata, scrisse: “Il Real Madrid ha visto il Diavolo, sublime e mostruoso“.

A un quarto di secolo di distanza, il madridismo non ha mai del tutto metabolizzato la peggiore umiliazione europea della sua storia.  ”Era un periodo splendido per il club“, raccontava qualche anno fa Emilio Butragueno, ”i tifosi erano felici per come giocavamo e vincevamo. Ma al tempo stesso la gente non dimenticherà mai quella partita, è una cicatrice eterna“. Incisa per sempre dalla manita del Diablo.