C’è sempre una percentuale di teatralità che precede le sfide decisive del calcio: è uno dei lati migliori del gioco, o perlomeno uno dei più divertenti. Match come Milan-PSV Eindhoven non sono semplicemente un viatico necessario per accedere ai gironi di Champions League, ma diventano nell’immaginario collettivo pallonaro un crocevia di destini incrociati, Porte Scee in cui far breccia o morirci. Da una parte la redenzione, dall’altra la condanna. In un certo senso, è proprio così: trenta milioni in più o in meno, quelli sui quali metterebbe le manacce Galliani in caso di passaggio del turno, fanno tutta la differenza del mondo. Ma talvolta si esagera.

Da più parti si sollevano voci circa un possibile esonero di Massimiliano Allegri, nell’eventualità in cui a staccare il biglietto per l’Europa che conta fossero gli scolaretti di Cocu. È una rivelazione talmente ottenebrante che non serve nemmeno attendere una dimostrazione empirica, in questi casi basta e avanza il metodo deduttivo. Non è immaginabile che il Milan esoneri un allenatore confermato solo un paio di mesi fa. Non dopo quel malinconico rotocalco fatto di lettere a Biscardi e cene da Giannino. Non dopo avergli consegnato la medesima squadra dello scorso anno, con tutti i suoi squilibri e tutte le sue lacune, con l’aggiunta del normotipo Poli e un paio di ragazzini e la sottrazione dei lungodegenti Bonera e Pazzini. Non dopo sessanta giorni di mercato umiliante, il cui apice emotivo è stato raggiunto per due trattative di cessione (!), quelle di Robinho ed El Shaarawy, peraltro entrambe malamente naufragate. Non ad agosto, non alla terza partita ufficiale. Non al Milan. No, che domani sera, in caso di eliminazione, Allegri cessi di essere l’allenatore del Milan, non è francamente immaginabile. Fino a prova contraria.