Keisuke Honda è un buon giocatore. Forse addirittura ottimo, almeno in proporzione ai compagni che troverà nel Milan. Alzerà il tasso tecnico del centrocampo più siderurgico della storia rossonera, consentirà ad Allegri di schierare un albero di Natale propriamente detto e doterà la squadra di un piede sinistro migliore di quelli di Constant, Emanuelson, Muntari e Birsa. Se sul tavolo mettiamo anche l’acquisto a parametro zero e, di converso, il non trascurabile indotto che porterà alle avide casse milaniste sul mercato giapponese (tra diritti TV, iniziative commerciali e merchandising), l’approdo del faro della nazionale di Zaccheroni è davvero una notizia positiva.

Certo, al purista rossonero potrebbe non essere piaciuta granché la frase di Adriano Galliani sulla maglia numero 10, che Honda porterà sulle spalle “perché era compresa nel pacchetto”. Come a dire: siamo giunti al punto in cui, per convincere un giapponese in scadenza col CSKA Mosca a firmare per il Milan, è necessario promettergli la maglia numero 10. Lo stemma araldico di Nils Liedholm, Juan Alberto Schiaffino, Gianni Rivera, Ruud Gullit, Dejan Savicevic, Zvone Boban, Manuel Rui Costa e Clarence Seedorf, insomma. L’equivalente della mancuniana 7 che fu di Best, Cantona, Beckham, Ronaldo e che ora non appartiene a nessuno (Antonio Valencia ha rinunciato in estate), o della 9 merengue che una volta fu di Alfredo Di Stefano.

Evidentemente, storpiando volutamente Pascal, il portafoglio ha ragioni che il cuore non conosce: il 10 a Keisuke Honda significa carrettate di yen sonanti, o magari qualche contratto di sponsorizzazione. E fa niente se il giocatore in questione – pur buono, lo ripetiamo – ha poco da spartire con i suoi illustri predecessori. D’altra parte, anche questo Milan non ha molto in comune con le sue versioni antiche e meno antiche. E poi, in fondo, se pensiamo che l’anno scorso era stato Boateng a usurpare quella maglia, allora Honda sembra quasi degno.