Non è bastato nemmeno un intero secondo tempo in superiorità numerica, al Milan, per avere la meglio su una Lazio piena di riserve ma dotata comunque di un gioco e di un’identità ben precisa. Ai biancocelesti basta un gol su rigore di Lucas Biglia per tagliare fuori il Diavoletto intirizzito anche dalla Coppa Italia, unico obiettivo alla portata (sulla carta) dei rossoneri, e aumentare la fiamma sotto la panchina di Filippo Inzaghi, sulla cui permanenza a questo punto non sarebbe più disposto a giurare nemmeno lui stesso.

Aperto da un clima di contestazione silenziosa nei confronti di Adriano Galliani da parte della Curva Sud, il primo tempo scivola via secondo il copione scritto sabato sera: Milan destrutturato e preda dei suoi stessi incubi, incapace di costruire nulla che non sia qualche isolata scorribanda di Menez e Cerci, e Lazio serafica che gioca al gatto col topo, in attesa di un errore dell’avversario. Errori che i rossoneri concedono munificamente con quella che sembra essere diventata la specialità della casa, il retropassaggio suicida. Dopo quello di Montolivo che all’Olimpico è costato il gol di Klose, stasera ci provano prima Abate sempre a favore del tedesco, che tuttavia scialacqua incredibilmente dopo aver dribblato Abbiati; e quindi Menez, che deve ringraziare i riflessi dello stesso Abbiati, bravo a rubare il tempo a Keita con un’uscita sulla trequarti di campo. Al 37’, tuttavia, è l’irreprensibile (ed esordiente) Albertazzi a combinarla grossa, intercettando con la mano un innocuo cross di Radu e convincendo Rocchi a fischiare il rigore. Dal dischetto Biglia è gelido e fa 1-0. Fortunatamente per il Diavolo ci pensa Cana a riaprire il match, guadagnando due gialli in 4’ (severo il secondo, ma si sa che Rocchi è emotivo) e con essi la via degli spogliatoi anticipata.

Il fatto di poter tentare la rimonta agevolato dalla superiorità numerica convince Inzaghi a osare di più: fuori Muntari, un fantasma, dentro Honda (che si rivelerà un altro fantasma, ma questo è un altro discorso), con Cerci dirottato a sinistra e Menez al centro. I rossoneri, va detto, attaccano con generosità per tutta la ripresa, ma la loro inconcludenza è talmente nitida da muovere un sentimento di tenerezza anche al più accanito dei detrattori. Ci provano, poverini, ma non ci riescono. E la volta che finalmente ci riescono, si mette di mezzo la terna beffarda, che annulla un gol a Pazzini (fallo di mano sul controllo di palla) e a Cerci, al 2’ di recupero (fuorigioco). Decisioni giuste, ma che sembrano particolarmente crudeli in una notte come questa. In mezzo, una miriade di brutture tecniche e tattiche, con Inzaghi che alla fine, per la disperazione, butta nella mischia perfino il giovane Suso come terzino sinistro (sarebbe un trequartista) e disegna la squadra secondo un improponibile 2-5-3, lo schema-biliardino. La Lazio sciupa tanto in contropiede, centra anche un palo clamoroso con Keita, ma conduce in porto la vittoria che le spalanca le porte della semifinale. Al Milan restano le briciole, anzi nemmeno più quelle.

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