Che questo Milan-Genoa sarebbe stata una via crucis, ben al di là dell’1-3 con cui si è concluso, lo si era capito già nei giorni scorsi, guardando la classifica, le facce rassegnate dei giocatori, quella smarrita di Inzaghi e quelle dei dirigenti… ah, no, quelle dei dirigenti non si vedono da un po’, se non per (non) commentare la questione della cessione societaria, unica via di fuga rimasta da questa baracconata. Dimenticavamo i tifosi: le loro sono facce incazzate, soprattutto quelle in Curva Sud, e per nulla disposte a far passare in cavalleria questa ennesima infamia perpetrata ai loro danni e ai danni delle loro tasche. Questo nuovo capitolo di una contestazione già in atto da varie settimane si è caratterizzato per un’enorme coreografia umana recitante una sola parola, chiara e semplice come una sberla in faccia (“Basta, mettete fine a questo scempio”), per un silenzio assordante durato circa 18’ e per una serie di cori contro Adriano Galliani, invitato senza mezzi termini a togliere il disturbo.

Del match, si è capito, è anche inutile parlarne: ha giocato solo il Genoa, e se la prima rete di Bertolacci è arrivata solo al 37’ è merito quanto della bravura di Diego Lopez, quanto della dabbenaggine degli attaccanti di Gasperini. Notevole, peraltro, il modo in cui la difesa rossonera si è spalancata, accogliente e lubrificata, alla percussione del centrocampista romano: Mexes stava altrove, Abate si è allargato inconsultamente per marcare forse un fotografo e Rami ha pensato bene di lanciarsi a peso morto, come per salvare un commilitone da una mina terrestre, peraltro mancando totalmente il bersaglio. In tribuna, intanto, la faccia sgomenta di Dejan Savicevic sembrava chiedersi: “Tra le altre cose, chi è quella creatura ossigenata che indossa la mia maglia numero 10?”. E’ Honda, caro Genio, che al momento della sostituzione, a inizio ripresa, ha avuto pure il barbaro coraggio di rispondere con un applauso ironico alle bordate di fischi provenienti dalle tribune. In tutto questo, le uniche occasioni di marca rossonera portavano la firma di Nicolas Burdisso, fesso a farsi rubare palla due volte da Menez e Cerci (schierato comicamente come falso nueve), e fortunato nel non subirne le conseguenze. Il Genoa spadroneggia, come farebbe una qualunque squadra dotata di allenatore che incontra una senza allenatore, ma non chiude il match, e questo sarà il suo unico limite odierno.

Una squadra con un minimo di midollo rientrerebbe in campo con l’obiettivo di salvare il salvabile, cioè l’onore. Il Milan, invece, incassa subito il raddoppio genoano, facendosi infilare in contropiede sugli sviluppi di un corner a favore (!). A completare la beffa: il gol lo segna Niang, zero reti in due anni di Milan e cinque in tre mesi di Genoa, con una deviazione fortuita, peraltro in sospetta posizione di fuorigioco, su tiro di Tino Costa. L’ordalia prosegue, più dolorosa che mai, di fronte a un San Siro ormai più sbigottito che infuriato. Al 21’ Mexes pesca dal cilindro uno dei suoi gol totalmente fuori dagli schemi, riaprendo almeno sulla carta il match. Che in realtà si chiude nel giro di 5’, quando Jeremy Menez ottiene il cartellino rosso che cercava da inizio gara, benché la decisione dell’arbitro non sembri corretta. Si aprono spazi inenarrabili e la squadra di Gasperini spreca ciò che non si può sprecare, regalando a Diego Lopez l’opportunità di mostrarsi per il campione che è, guadagnandosi, unico tra i milanisti in campo, gli applausi del pubblico di casa. Lo spagnolo si arrende solo al 48’, al rigore di Iago Falque offerto gentilmente da quell’imbarazzante capitano che è Ignazio Abate. Il Genoa vince a San Siro dopo 57 anni, per Filippo Inzaghi, con ogni probabilità, l’avventura in rossonero termina qua.