Dopo tre successi consecutivi, compreso quello più che convincente contro la Lazio, torna a incepparsi il motore della macchina di Mihajlovic: merito in gran parte di una splendida Atalanta, capace non solo di imporre lo 0-0 al Milan davanti al proprio pubblico, ma anche di uscire dal campo con la sensazione di aver lasciato indietro due punti meritati. E’ stata indiscutibile, infatti, la supremazia bergamasca, soprattutto nella ripresa, e solo le prodezze del baby Donnarumma hanno impedito ai ragazzi di Reja di uscire da San Siro col bottino pieno.

Non tutto era oro, evidentemente, ciò che aveva luccicato all’Olimpico. Anzi, a giudicare dall’andamento del match di stasera, è lecito pensare che la collaborazione della Lazio sia stata decisiva. Tutto ciò che era piaciuto del Milan settimana scorsa contro gli orobici non si è minimamente visto. Dal punto di vista tattico l’Atalanta ha riservato ai rossoneri la stessa medicina che loro avevano somministrato alla Lazio: pressing alto e soffocante sui difensori per impedire il palleggio, difesa accorciata e spazi chiusi, inserimenti dei centrocampisti a sfruttare il movimento degli attaccanti esterni Gomez e Moralez, oggi imprendibili. Anche fisicamente la squadra di Mihajlovic è parsa soffrire oltremodo il ritmo degli atalantini, e i paurosi sbandamenti di metà ripresa testimoniano che psicologicamente la maturità è ancora lontana. D’accordo, le assenze di Alex, Bertolacci e soprattutto Bonaventura si sono fatte sentire (peraltro, Mexes e Niang erano alla prima partita da titolari dell’anno), ma di certo non si può ricondurre tutto alle indisponibilità. Di fatto, le uniche vere palle-gol sono arrivate nel finale di gara, quando Sinisa, poi espulso, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto con un 4-2-4 piuttosto scriteriato (Cerci-Bacca-Luiz Adriano-Honda): un colpo di testa del brasiliano, salvato sulla linea da Cigarini, e un contropiede allo scadere sprecato da Poli e Cerci. Per il resto, una sofferenza continua.

La realtà è che questa è una squadra ancora ferma a uno stadio di sviluppo poco più che embrionale da ogni punto di vista, ancora traballante nella sua impalcatura tattica, ancora non del tutto convinta del propri mezzi, senza dimenticare i difetti anatomici di partenza (quelli non si cancellano con un filotto vincente, ma con un mercato azzeccato). Non crediamo, insomma, che sia stata un’idea particolarmente ispirata tornare a blaterare non solo di terzo posto (obiettivo raggiungibile solo in caso di suicidi degli avversari) ma anche di scudetto (obiettivo raggiungibile solo in caso di catastrofe nucleare), come ha fatto Silvio Berlusconi prima del fischio di inizio. Pressioni indebite e gratuite che non possono in alcun modo aiutare giocatori e allenatore nell’unico cammino possibile, ovvero quello fatto di un passo alla volta e non di grandi balzi in avanti.

Ci sono anche delle buone notizie. Primo, non si è perso: un mese fa non sarebbe andata così. E in serate come queste anche un punto è un risultato positivo. Secondo, non si è perso perché non si è preso gol (seconda volta in 12 gare), e non si è preso gol perché in porta c’è un tizio di 16 anni che para come uno di 30: si chiama Gianluigi Donnarumma, ha compiuto almeno tre interventi da campione su Cigarini, Moralez e Grassi, e ha di fatto salvato le chiappe ai suoi compagni (e un “bravo” postumo se lo merita anche Mihajlovic, che avevamo criticato per il rischio che si era preso col ragazzino). Senza dimenticarci che insieme a lui erano in campo anche Calabria (classe ’96) e Romagnoli (classe ’95). Terzo, ora c’è la pausa. Due settimane per recuperare qualche pezzo, schiarirsi qualche idea e darsi qualche obiettivo ragionevole.