Mihajlovic lascia il Milan il prossimo giugno, secondo Alessandro Alciato di Sky Sport, e fin qui nulla di cui non si sia parlato abbondantemente, e talvolta a sproposito, negli ultimi mesi. La vera novità sta nel fatto che a farlo fuori non sarebbe Silvio Berlusconi, pur decisamente poco in sintonia con il tecnico serbo, ma l’esatto contrario: è Sinisa che ha deciso di togliere il disturbo, comunque vada a finire la stagione, a causa delle continue e fastidiose interferenze del presidente, ed è una decisione che né la Coppa Italia, né la qualificazione all’Europa League e nemmeno quella miracolosa alla Champions League sembrerebbero poter modificare.

Nulla di nuovo sotto il sole di Milanello, ma solo l’ennesima cronaca di un’annata di ordinaria follia. Accadde più o meno la stessa cosa sei anni fa, quando Leonardo, al culmine di mesi di schermaglie dialettiche con l’inquilino di Arcore, decise di levare le tende unilateralmente, nonostante gli obiettivi minimi fossero stati centrati (qualificarsi alla Champions League e far giocare Ronaldinho, pupillo presidenziale), pronunciando peraltro la fatidica frase: “Io e Berlusconi non siamo compatibili”. Se ne accorse un po’ in ritardo, il buon Leo, visto che bazzicava il rossonero dall’agosto del 1997, ma tant’è: il pubblico si schierò unilateralmente dalla sua parte e contro il presidente, e fa nulla se il brasiliano poi pensò bene di ripagare l’affetto della gente trasferendosi all’Inter sei mesi più tardi. In realtà non fu una gran perdita, dal punto di vista pratico: le qualità di allenatore del brasiliano erano sempre state quantomeno questionabili, come poi ha dimostrato il resto della sua carriera, e con l’approdo di Max Allegri le cose andarono decisamente meglio.

Diverso il discorso per Sinisa Mihajlovic. Il serbo non ha inventato nulla, non è certo un maestro di calcio, ma centrerà quasi certamente l’obiettivo minimo stagionale (l’Europa League), ha raggiunto un’insperata finale di Coppa Italia, anche se con una notevole dose di fortuna dal punto di vista del calendario e, cosa più importante, ha dato una fisionomia e un’anima ben definita a un’accozzaglia di giocatori apparentemente impossibile da organizzare, almeno a giudicare dai precedenti tentativi. Non arriverà il terzo posto, ma seriamente: questa non è una squadra da terzo posto. Avrebbe forse potuto diventarlo se a gennaio si fosse intervenuti sul mercato, e invece ci si è accontentati di vendere e dell’operazione-amarcord di Boateng, col prevedibilissimo risultato che ai primi infortuni (Niang, Montolivo) o ai primi cali di forma (Bonaventura, Bacca) dei giocatori più importanti, l’allenatore si è ritrovato metaforicamente nudo come un lombrico, cioè senza alternative. Addossargli la responsabilità di non aver compiuto una mission impossible è sciocco e autolesionista, visto che si dovrà ricominciare tutto daccapo per il quarto anno di fila. Il serbo ha annusato l’aria e, coerentemente con il suo personaggio, ha deciso di non voler fungere da capro espiatorio come altri prima di lui. E prova a biasimarlo.