La finale di Copa América edizione 2015 vinta gloriosamente dal Cile nella sua storica prima volta, un trionfo casalingo agognato più che semplicemente atteso, non ha lasciato ovviamente indifferente l’altra faccia della luna calcistica sudamericana, quella per l’ennesima volta perdente, dopo la cocente sconfitta rimediata sempre in finale ai mondiali brasiliani di un anno fa. Un trauma insidioso da superare, un prolungato lutto da elaborare per un’Argentina che, contenitore di talenti cristallini e campioni impareggiabili, non sa dare spiegazioni al mondo del calcio e soprattutto a se stessa del proprio fallimento, del fatto che sono 22 anni che l’Albiceleste come nazionale maggiore non vinca più nulla di significativo.

Il dolore in patria si è mescolato prima alla delusione e poi, inevitabilmente, al malumore generale dei tanti tifosi della Séleccion. E di lì all’invettiva e al coro dei j’accuse il passo è stato breve. Il malcontento di un popolo fatto di supporter calientes (e in questo sicuramente le terre della Pampa superano anche noi italiani) non ha risparmiato nessuno, dalla federazione al Tata Martino, da De Michelis a Messi. Anzi, sul fuoriclasse di Rosario sono rimbalzate voci addirittura di un possibile abbandono della nazionale, “una pausa di riflessione” come riportato dal quotidiano Olé, per riflettere sulle sciagurate performance che hanno accompagnato le ricordate finali. Abbandono che sempre secondo la testata sportiva sudamericana sarebbe stato condiviso dal compagno di squadra Javier Mascherano.

Non è passato molto tempo che l’entourage della Pulga ha recisamente smentito le illazioni da parte di Olé bollando la cosa con un perentorio quanto eloquente “Boulades” (Stronzate, ndr) e che al quotidiano spagnolo Marca hanno rincarato la dose affermando “Sono tutte stronzate scritte da giornali che si dedicano esclusivamente a speculare. Leo è addolorato, ma lasciare la nazionale in questo momento sarebbe come dare ragione a quelli che lo stanno criticando“.

Al di là del folklore della tifoseria albiceleste e della chiacchiera da giornaletto sportivo, andrebbe forse fatta una riflessione più seria sullo stato delle cose. Sul fatto che cioè sarebbe ora di finirla di puntare sistematicamente il dito su Messi. In questa edizione della Copa América l’Argentina anche grazie a Martino ha fatto vedere belle cose e ha mostrato soprattutto una squadra non una giustapposizione di elementi singoli. In finale peraltro col Cile non ha disputato una brutta partita, perdendo ai rigori su errori fatali dal dischetto. Sicuramente la Roja aveva un appuntamento con la storia e ha voluto e sentito in maniera più viscerale la vittoria.

Forse all’Albiceleste è mancato quel pizzico di personalità in più necessaria per arrivare a tagliare i grandi traguardi quando ci si trova sul rettilineo finale. Forse è semplicemente ora di finirla con pedestri e oziosi paragoni con Maradona che da solo era in grado di trascinare con la sua personalità una squadra e un popolo. Messi non è quel tipo di giocatore. Punto. E l’Argentina ha bisogno di un carattere di squadra che è cosa più importante della somma delle personalità individuali.