È morta a 87 anni, stroncata da un ictus, Margaret Thatcher (foto by InfoPhoto), primo ministro britannico dal 1979 al 1990. La donna che Silvio Berlusconi non considerava “una gnocca, altrimenti mi sarei ricordato di lei” – e che fortunatamente evitò di definire una “culona inchiavabile”, perché sarebbe stata capace di invaderci le Eolie – è passata alla storia non solo per le sue politiche neoliberiste e per la guerra contro l’Argentina, ma anche per aver intrapreso una lotta senza quartiere al fenomeno degli hooligans. Vincendola.

Fu la Thatcher, in seguito alla spaventosa tragedia dell’Heysel, ad adottare il pugno di ferro contro le violenze degli ultras britannici, istituendo un’unità speciale di sorveglianza anti-hooligans, la National Football Intelligence Unit, promuovendo il Football Offences Act (una legge che consente il processo per direttissima per i tifosi violenti), vietando l’introduzione di alcolici negli stadi inglesi e, punto fondamentale, obbligando i club a interrompere i rapporti con le tifoserie organizzate e a diventare responsabili in prima persona della sicurezza nei loro impianti, attraverso l’utilizzo di steward al soldo dei club stessi.

Le scelte dei suoi governi in materia di politica sportiva non furono accolte da fanfare e petali di rosa. Brian Clough, una specie di José Mourinho ante litteram, l’accusò esplicitamente di voler affossare il calcio inglese con un progetto intrinsecamente fallimentare. Si sbagliava. Il Boa constrictor in fregola, come l’apostrofò sadicamente Tony Banks, strangolò gli hooligans e preparò le basi per l’epoca dorata del calcio d’Oltremanica, che da quel momento in poi è diventato per il settore il modello globale di efficienza, organizzazione, sicurezza e marketing.

P.S. Clough ci vide male sul giro di vite della Thatcher, ma non sulla violenza negli stadi. “Gli hooligans? Be’, ci sono 92 presidenti di club, tanto per cominciare”. Profetico, oggi più che mai (leggi qui e qui).