Alla fine, dopo tanto parlare e qualche illazione di troppo, Marco Van Basten ha deciso di alzare bandiera bianca: resterà all’AZ Alkmaar, la squadra che gli aveva affidato la panchina in estate, non più come tecnico ma come assistente. “Fare l’allenatore mi ha causato problemi fisici e mentali“, così l’olandese ha giustificato la sua scelta nella conferenza stampa odierna, un giro di parole per raccontare ciò che non può essere raccontato, perché non esiste modo di parlare in pubblico di quelle malattie dello spirito senza sentirsi ancora più vulnerabili.

Non può sfuggire che la vicenda di Van Basten ricordi per sommi capi quella di Arrigo Sacchi. L’omino di Fusignano, che con l’olandese ruppe a inizio anni Novanta e che per ben due volte si ritirò dalla carriera di allenatore a causa dello stress che lo divorava dall’interno (nel 1999 e nel 2002, dimissioni dall’Atletico Madrid e dal Parma), per poi ripetersi di recente con l’addio alla FIGC per i medesimi motivi. E’ il karma, si direbbe. Qualunque cosa sia, stupisce sempre come tra alcuni personaggi rivali finiscano per crearsi insospettabili corrispondenze, come se ciò che sembrava dividerli in realtà li avesse uniti a un livello più profondo.

Van Basten come Sacchi, dunque; e Van Basten come Van Basten, soprattutto. Perché se è lampante il parallelo tra la sua fragilità e quella del guru del calcio anni Ottanta e Novanta, lo è ancora di più quello con la versione di se stesso da calciatore. Una carriera che ha rischiato di non cominciare nemmeno, a causa di quella che i medici identificarono come sindrome di Pfeiffer; avrebbe potuto finire in sedia a rotelle, gli rimasero in dote due gambe smisurate. Nel 1986, quando era già capitano dell’Ajax e uno dei talenti più luminosi d’Europa, Van Basten ebbe per la prima volta a che fare con la sua futura nemesi: dopo un match contro il Groningen, nel quale aveva rimediato un pestone alla caviglia da Olde Riekerink, i medici si accorsero che c’era qualcosa di sbagliato in quell’articolazione, un difetto congenito della cartilagine. Lo stesso che, un anno dopo, nella sua prima stagione in rossonero, lo costrinse a star fuori per sei mesi per essersi accanito sull’altra caviglia. Lo stesso che, qualche anno, mille tackle e quattro interventi chirurgici più tardi, aveva trasformato la cartilagine in una patina impercettibile.

Nel dicembre del 1992, dopo aver vinto il suo terzo Pallone d’Oro, Van Basten si recò a St. Moritz per un drastico intervento di pulizia della caviglia destra. Fu il dottor Marti a operarlo: “La colpa, se così si può dire, è del suo modo di giocare, sempre sulle punte, come un ballerino“. Avrebbe dovuto restar fuori per due mesi, ma ce ne vollero quattro per rivederlo il campo, nella trasferta di Udine che precedeva la sfortunata finale di Champions League persa contro il Marsiglia. Quella notte fu doppiamente dolorosa per i milanisti: fu l’ultima partita mai giocata da Marco Van Basten. Un mese dopo, infatti, il Cigno finì ad Anversa, sotto i ferri del dottor Maertens, il primo a parlare apertamente di carriera in forte pericolo. Era il preludio a due anni di stampelle, rieducazione, promesse e speranze deluse. Il 17 agosto del 1995, al cospetto di un San Siro colmo di gente e lacrime, uno dei più grandi artisti della storia del gioco disse basta, all’età di 30 anni, gli ultimi due dei quali trascorsi tra cliniche private, palestre e campi da golf. Il giorno prima l’aveva annunciato in conferenza stampa, accanto a un Galliani funebre come mai prima né dopo: “La notizia è semplice, ho deciso di smettere di fare il calciatore. Grazie a tutti“.

La sua carriera da allenatore è stata molto meno felice di quella da calciatore. Un quadriennio sulla panchina della nazionale olandese, con due eliminazioni precoci ai Mondiali tedeschi e a Euro 2008, tre anni deludenti tra Ajax ed Heerenven, una chiamata da un grande club, forse proprio dal Milan, che non è mai arrivata. Ma l’epilogo è stato lo stesso, mesto, dolente e incolpevole, e questa è la cosa che fa più rabbia.

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