Di soprannomi tributati agli sportivi ne troviamo innumerevoli, pochi però calzanti quanto “Il Pirata”, dato a Marco Pantani per l’originale look.

LE RAGIONI – Bandana colorata sul capo e orecchino, il ciclista di Cesenatico si è distinto, oltre che nelle vittorie, grazie alla personalità fuori dagli schemi. Un testimonial eccezionale che il ciclismo, sceso in gradimento, ha sfruttato fin quando poteva, ma impietoso dopo Madonna di Campiglio.

SAPEVA FARSI VOLERE BENE - “Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia”. Parole proferite dal corridore di Cesenatico, determinato a testare costantemente le proprie capacità, esaltate dai duri allenamenti. Regalatagli da nonno Sotero la prima bici, poteva contare su famiglia e tifosi unici, che in lui riconoscevano un ragazzo di provincia come tanti, con due armi segrete: attitudine al sacrificio e resistenza incalcolabile. Affetto che lui non perdeva mai occasione di ringraziare: “Le emozioni più forti le ho provate lungo le strade, quando sentivo la gente che gridava così tanto ‘Pantani’ che mi veniva il mal di testa”.

ULTERIORI ELEMENTI AL VAGLIO - Le recenti intercettazioni sembrano dimostrare il coinvolgimento nella mafia durante il controllo anti-doping 1999 nel quale, nonostante fosse stato trovato negativo, aveva dovuto lasciare il Giro d’Italia per valori di ematocrito superiori alla soglia-limite. Battaglia caldeggiata fortemente da mamma Tonina, convinta che una tale passione non si sarebbe potuta corrompere e vorremmo ricordarlo secondo le sue stesse parole: “Il ciclismo a me piace perché non è uno sport qualunque. Nel ciclismo non perde mai nessuno, tutti vincono nel loro piccolo, chi si migliora, chi ha scoperto di poter scalare una vetta in meno tempo dell’anno precedente, chi piange per essere arrivato in cima, chi ride per una battuta del suo compagno di allenamento, chi non è mai stanco, chi stringe i denti, chi non molla, chi non si perde d’animo, chi non si sente mai solo. Tutti siamo una famiglia, nessuno verrà mai dimenticato. Chi, scalando una vetta, ti saluta, anche se ti ha visto per la prima volta, ti incita, ti dice che ‘è finita’, di non mollare. Questo è il ciclismo, per me”.