Il ritorno di un incubo, una tragedia sportiva che causò una tragedia sociale. Torniamo indietro nel tempo: 16 luglio 1950, allo Stadio Maracanà di Rio de Janeiro si affrontano il Brasile, favorito per il successo, e l’Uruguay. Il Mondiale, proprio come oggi, si disputava in Brasile, anche perché i paesi europei non avevano presentato candidature in quanto ancora alle prese con la ricostruzione post Seconda Guerra Mondiale. In Brasile il calcio era già di gran lunga lo sport più popolare e la Nazionale, che aveva già vinto tre volte la Coppa America ma mai il Mondiale, si presentava con la spavalderia di chi sa che può solo vincere. Eliminata al primo turno sia in Uruguay nel 1930, sia in Italia nel 1934, la Seleção aveva raggiunto la semifinale ai Mondiali di Francia 1938. Ma qualcosa non andò come doveva: “Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay”, disse Jules Rimet, allora presidente della Fifa.

Il Brasile vinse il girone superando Messico (4-0) e Jugoslavia (2-0), 2-2 con la Svizzera. Quello del 1950 fu l’unico mondiale in cui il titolo venne assegnato non con una finale in gara unica, ma al termine di un girone finale all’italiana tra le nazionali che avevano vinto i quattro gironi della prima fase. Il Brasile battè 7-1 la Svezia e 6-1 la Spagna, ma nell’ultima gara con l’Uruguay successe la tragedia: avanti con una rete di Friaça, i brasiliani subirono prima il pareggio al 66′ di Schiaffino, poi addirittura l’1-2 di Ghiggia al 79’. Vinse l’Uruguay e fu tragedia: 34 suicidi, 56 morti per arresto cardiaco e tre giorni di lutto nazionale. Ghiggia, anni dopo, disse invece ironicamente: “A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatra, papa Giovanni Paolo II e io”.

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