Roberto Mancini via dall’Inter: non è affatto un’ipotesi estrema, ma una prospettiva quanto mai concreta dopo che il tecnico, nella giornata di ieri, ha improvvisamente lasciato il ritiro della squadra in seguito a un breve incontro con l’ad Bolingbroke (“Non abbiamo parlato di mercato, anche perché non so chi si occupi di mercato“, ha commentato laconicamente l’ex City). Lo strappo non si è ancora consumato e ci sono margini perché ci si riesca a mettere una toppa, ma la lacerazione sarà difficile da rammendare interamente, perché generata da un malessere che il tecnico jesino sta vivendo ormai da molti mesi.

Le ragioni del malcontento manciniano sono note: la situazione caotica in cui versa la società, ancora in cerca di una propria identità dopo il complicato trapasso da Moratti a Thohir e quindi a Suning, sta complicando il lavoro del tecnico, sia sul campo che in sede di mercato. Gli acquisti da lui espressamente richiesti, a partire dall’amato Yaya Touré, sono stati cassati più o meno tacitamente dai nuovi proprietari, e ancora non si vede uno straccio di programmazione per quella che dovrebbe essere la stagione dell’atteso rilancio, dopo le speranze abortite troppo presto dello scorso campionato.

C’è poi l’aspetto personale. Mancini è stato chiamato nell’autunno del 2014 per riportare l’Inter alla dimensione che gli apparteneva, dopo le delusioni messe in fila dalle gestioni Benitez, Gasperini, Stramaccioni, Mazzarri: non solo come capo allenatore, ma anche come uomo forte di una società senza un vero punto di riferimento tra dirigenza e proprietà (se non l’ex azionista di minoranza, Massimo Moratti). E’ noto che il Mancio non sia sempre a suo agio quando c’è da reggere le pressioni, figuriamoci poi quando le cose non vanno per il verso giusto o, ancor peggio, quando è la sua posizione che non viene legittimata fino in fondo. Che è esattamente quello che sta succedendo in questo momento.

Cambiare allenatore a metà luglio non è mai una buona idea (anche se abbiamo un eccellente esempio del contrario, vedi staffetta Conte-Allegri alla Juve), ma potrebbe essere il minore dei mali, se l’alternativa è ripartire come separati in casa. Mancini potrebbe così flirtare con la panchina della sua prediletta Inghilterra, mentre i nuovi dirigenti potrebbero puntare sul graditissimo profilo di Leonardo, l’ultimo tecnico a regalare un trofeo all’Inter (la Coppa Italia del 2011). Il brasiliano è in ottimi rapporti con Moratti, consulente di Zhang Jindong, e Javier Zanetti, e inoltre potrebbe tornare molto utile anche come uomo-mercato, dal momento che il club al momento è privo di una simile figura.