Se il Manchester City vince in campo (mercoledì sera netto successo contro il Milan) e comincia a portare a casa qualche trofeo, non si può certo dire che la reputazione del club si sia rafforzata con l’arrivo dello sceicco Mansour bin Zayer al Nahyan, nonostante dall’acquisto nel 2008 abbia “investito” finora circa un miliardo di sterline. Buon certamente per i tifosi e per gli ingaggi dei giocatori, soprattutto, ma un articolo del Guardian avverte: Mansour (foto by InfoPhoto), ‘vice-premier’ e responsabile per i giudici del paese, utilizza la squadra per distrarre l’attenzione del mondo dalle violazioni dei diritti umani commesse negli Emirati Arabi Uniti.

Human Rights Watch sostiene che la proprietà del club inglese consente al regime di Abu Dhabi “di costruirsi un’immagine pubblica di uno Stato dinamico e progressista che allontana l’attenzione da quello che sta veramente succedendo nel Paese”. Il rapporto di Amnesty International conferma l’allarme dell’osservatorio sui diritti umani: l’anno scorso sono stati arrestati 94 dissidenti e il processo ha portato alla condanna di 64 di loro, sottoposti a sistematiche torture preventive senza possibilità di fare appello.

Una violazione dell’articolo 180 del codice penale del Paese (proibita la fondazione, l’organizzazione e l’attività di qualunque associazione che abbia come obiettivo il rovesciamento del sistema politico) che vede coinvolti anche avvocati, insegnanti e docenti universitari. “Un peggioramento dei diritti umani e un grave abuso del diritto al giusto processo” ha detto Joe Stork, vice direttore per il Medio Oriente di Human Rights Watch. “Questi verdetti iniqui e gli sforzi degli Emirati Arabi Uniti per arrestare la critica dovrebbe essere un campanello d’allarme per gli alleati internazionali di Emirati Arabi Uniti.”

Nicholas McGeehan, ricercatrice emira, descrive la situazione come un buco nero: “Un club di Premier League è utilizzato come veicolo di branding per promuovere e riciclare efficacemente la reputazione di un Paese che in realtà perpetra serie violazioni dei diritti umani. Questo dovrebbe essere fonte di preoccupazione sia per i tifosi di calcio che per le organizzazioni dei diritti umani.” Nel 2013 gli Emirati Arabi Uniti sono l’unico Paese a non concedere il diritto di voto alle donne insieme all’Arabia Saudita, che ha approvato un decreto per permettere le votazione femminili dal 2017. Criticare il governo è ancora un crimine ma i dissidenti interni avrebbero iniziato a trovare qualche sostegno in concomitanza dell’avvento della Primavera Araba, grazie anche all’uso diffuso di Internet.

Paolo Sperati su @Twitter @Facebook