Anche con Roberto Mancini in panchina l’Inter non riesce proprio ad andare “contronatura”. La sua conclamata inclinazione cromosomica tendente alla follia non cessa di manifestare quel tipico comportamento schizoide che da sempre la contraddistingue e così anche nel posticipo della 24a giornata di campionato contro il Cagliari, di scena al Sant’Elia, si mostra come squadra dai due volti che dà sempre la sensazione che basti un nonnulla per spegnere la luce. E riaccenderla. Senza motivazioni apparenti. E la vittoria finale per 2-1, la terza consecutiva – non succedeva da tempo immemore – è un autentico attentato alle coronarie dei tifosi, che evidentemente la amano anche per questo.

Il problema della (non) finalizzazione. Senza perdersi in inutili disamine da “fenomenologia del tifoso” e rinunciando a priori a capire le cause di questi blackout improvvisi, l’unica riflessione possibile è quella sul dato oggettivo di un Inter che ha cambiato pelle e mentalità e che fa ancora una fatica enorme a trovare un’identità, un’unità d’insieme. Di squadra, di gioco, d’intenti. Durante il primo tempo a Cagliari riesce a fare il ferro e il fuoco nella metà campo rossoblu imbastendo una serie di azioni che riescono a dimostrare un’organicità di squadra. Quando l’undici di Zola molla il pressing, l’Inter ragiona da squadra: costruisce dalla difesa, geometrizza a centrocampo (Medel, Kovacic, Brozovic, Guarin), trova fantastiche alternative sulla fascia presidiata da Santon, fa pervenire palloni golosissimi ai finalizzatori di turno. Ha il non piccolo problema – per l’appunto – di finalizzare.

Chi ha spento la luce? La cosa apparentemente assurda è che quando finalizza, e lo fa subito ad inizio ripresa con il ritrovato – per il campo e per il gol – Kovacic, poi scompare. Certo, non possiamo disconoscere il fatto che il Cagliari in svantaggio ha un moto d’orgoglio e incomincia a fare sul serio. Le incursioni di Cossu, Donsah e soprattutto M’poku si materializzano come un incubo perpetuo davanti agli occhi di Vidic, Juan Jesus e un irriconoscibile Campagnaro. Il match sembra la fotocopia di quello di Bergamo: l’Inter, trovato il vantaggio, era stata costretta a subire il ritorno prepotente dell’Atalanta e come era successo con il gol di Guarin, un fulmine a ciel sereno, è capitato con la splendida rete di Icardi al Sant’Elia. Con la differenza che in quest’occasione gli avversari non rimangono in inferiorità numerica, bucano Carrizo con l’ex Longo e assediano l’area nerazzurra fino alla fine, ovvero fino a un altro fulmine a ciel sereno, questa volta di Hernanes, che squarcia la traversa dalle parti dell’incredulo Brkic.

Lavori in corso. Mancini parla di un Inter in fieri. Quanto “in fieri” non è dato sapere, ciò che è certo è il fatto che la fine del campionato non è lontanissima e c’è oggettivamente un principio d’incertezza di fondo: non è umanamente possibile capire dove possa arrivare questa squadra. La sensazione è sempre quella che, rimanendo concentrata, è una realtà in grado di competere con le primissime in classifica. Il problema è che si distrae spesso e con un niente.