In questo finale di campionato in grado di riservare ancora qualche bel motivo di esistere (si può dire tutto ma non che i duelli per l’Europa “ricca” e “povera” non siano avvincenti), come la battaglia del derby capitolino a venire e un Genoa-Inter che ha il sapore di altri tempi. E con la bella vittoria dei rossoblu per 3-2 in un match dalle mille emozioni capace di infiammare i cuori, Gasperini il suo scudetto l’ha già vinto. Un quinto posto (per ora, aspettando la Fiorentina di scena al Barbera contro il Palermo), 59 punti messi in granaio e il Mapei Stadium come ultimo traguardo per consolidare quello che di fatto è già un sogno chiamato Europa League. L’Inter invece a quel sogno dice mestamente addio, avendo perso l’ultimo treno della notte per l’Europa (a meno di clamorose conferme riguardo alla licenza ancora negata dall’Uefa nei confronti del club di Preziosi), l’ennesimo obiettivo di stagione sfumato con l’ombra del fallimento di Mancini sullo sfondo.

Uomini e progetti. L’ottimismo che aleggiava nell’ambiente ai tempi del cambio d’allenatore nell’avvicendamento tra Mazzarri e Mancini si schianta ora inevitabilmente contro un muro di risultati negativi e di legittimo scetticismo, laddove a configurarsi impietosi sono proprio i confronti con il tecnico di San Vincenzo, e con i suoi predecessori. Discorsi però anche inutili e infruttuosi se si guarda il presente del gioco e l’immediato futuro di un progetto in essere. L’Inter come squadra è una realtà piena di difetti ma ha una mentalità giusta. La difesa è oggettivamente un colabrodo (il 2-2 di Lestienne è la fotografia perfetta di quale sia la situazione difensiva dei nerazzurri, ma se andassimo ad analizzare gran parte delle 45 reti subite dall’Inter in questa stagione, limitandosi al campionato, scopriremmo cose raccapriccianti) ma l’Inter ha una meccanica offensiva nel suo gioco. Vuole vincere perché come sostenne qualcuno è l’unica cosa che conta. Quindi, guardando il proverbiale bicchiere mezzo pieno, l’Inter perde e fallisce gli obiettivi, per ora, ma lo fa con un’idea giusta in testa. Mancano i giocatori adeguati, e forse arriveranno. Di qui l’importanza di un progetto. Che c’è e, meraviglia delle meraviglie si chiama Roberto Mancini. E ha come sottotitolo “vietato sbagliare le scelte di mercato”. Poiché il progetto è una palingenesi, una ricostruzione.

Un Genoa da Premier. Il Genoa è quasi un unicum nel nostro campionato: non è una squadra ma un ordigno esplosivo che rischia di detonare nelle mani di chi lo usa. Il Genoa gioca a ritmi indiavolati che sembra di giocare contro una squadra inglese. L’Inter, che come molte altre squadre del campionato è abituata ad altre velocità e a voler imprimere il proprio gioco, all’inizio è frastornata dalla partenza a razzo dei rossoblu. Fortunatamente (per l’Inter) il Genoa ha una tale trazione anteriore che spesso si dimentica di frenare e di controllare le retrovie. Si scopre talmente che lascia la difesa praticamente a centrocampo, perforabile dalle ripartenze nerazzurre. A volte troppo lente, a volte però letali. E l’Inter, se ha qualcosa di veramente qualitativo, ce l’ha dalla cintola in su. Pavoletti (eroe della serata), Lestienne, Falque ed Edenilson sono imprendibili, Bertolacci e Kucka (sempre micidiale con l’Inter) da soli valgono il centrocampo interista, ma Roncaglia, Burdisso e De Maio vengono colpiti a morte dalle combinazioni volanti di Hernanes, l’ex Palacio e Icardi. Kovacic deve decidere cosa farà da grande e Mancini deve dargli una mano perché così non va. Il croato può rappresentare l’ago della bilancia qualitativa dell’Inter dell’immediato futuro, ma come mezzala fa una fatica d’inferno e non riesce a costituire quel plusvalore di qualità che potenzialmente è. Alla fine tanto onore a Gasp e al suo Genoa perché divertono come pochi, e tanta sfortuna e un po’ di quell’onore anche all’Inter perché perde giocandosela fino all’ultimo respiro, cosa che nel recente passato non manciniano non accadeva. Fino all’ultimo secondo di un rigore che avrebbe anche potuto starci.