Ancora presto per decretare la fine dei giochi poiché mancano ben 12 giornate alla conclusione del campionato ma l’Inter, ora staccata di 4 lunghezze dalla Fiorentina e con la Roma con 2 punti in più e il Milan che sta incalzando a -2 l’attuale quinta posizione , con la Viola al Franchi ha visto sfumare, dopo essere passata in vantaggio, l’ennesima occasione per ripartire all’assalto del terzo posto che significa ingresso in Champions League e che, a sua volta, significa ossigeno imprescindibile per le finanze di una società che rischia pericolosamente di ritrovarsi con dei deficit preoccupanti. E intanto Thohir, presente sulle tribune dello stadio viola, la vede e la piange.

Colata a picco nel giro di un mese e mezzo, l’Inter è un vascello che non veleggia più come fino a prima delle vacanze natalizie verso mete ambiziose. I nerazzurri di Mancini, attesi al primo giro di boa del girone d’andata, hanno messo in evidenza tutti i propri limiti. Gioco e risultati (impietosi nell’ultimo periodo) raccontano di una squadra che, non solo non può occupare posizioni di alta vetta di classifica, ma evidentemente non è neppure da terzo posto. La Fiorentina – altra realtà in crisi d’identità – forse ritrovatasi proprio al Franchi contro l’Inter e la Roma del nuovo corso Spalletti le sono superiori.

Pur tuttavia, nella stranezza di un match che ha conosciuto più di una svolta nei 93 minuti complessivi di gioco (senza contare la ridicola coda nella quale la situazione è – in tutta franchezza – sfuggita di mano a un Mazzoleni tutt’altro che in serata positiva, quasi sempre discutibile nelle scelte e nell’estrazione dei cartellini, come il doppio giallo di Telles e, nel finale appunto, i due rossi a Zarate e Kondogbia), l’Inter ha fatto la sua partita affrontando la Fiorentina senza tatticismi, ringhiando, aggredendo e mettendola in seria difficoltà finché ha potuto, talvolta con un sistema di gioco confusionario e raffazzonato, ma pur sempre vivo e in grado comunque di creare qualcosa.

Impiegano ad esempio una ventina di minuti, quelli iniziali, gli uomini di Mancini a capire che Bernardeschi sta sfuggendo da tutte le parti generando pericoli a ripetizione per la porta di Handanovic. Se Brozovic va a prendere – per così dire – il cuore pulsante del motore del gioco viola, Borja Valero, è Nagatomo che deve assumersene la responsabilità in marcatura. Compreso questo, con un Palacio magistrale che si fa in quattro (uno per reparto, gli manca solo la difesa dei pali, ma alla bisogna, sui piazzati, fa anche quello) per arginare l’offensiva dei padroni di casa, l’Inter riesce ad andare anche in gol e a conservare il vantaggio fino a mezzora dalla fine.

Dopodiché si risveglia la Fiorentina dal sonno dogmatico del suo palleggio, del suo possesso palla sterile, dei suoi tanti errori in appoggio, dei suoi schemi interrotti dall’ottimo assetto difensivo degli ospiti. Si ridesta soprattutto Ilicic che al 60′ si ricorda di essere, tra le altre cose, un formidabile uomo assist e la mette per la testa di – indovinate chi? – Borja Valero. L’uomo ovunque. Perunque e comunque. Sull’1-1 l’Inter non demorde, non si demoralizza, e con le sue armi, non moltissime a dire il vero perché la davanti Eder è l’ectoplasma del giocatore visto con la Sampdoria, a Icardi di palloni ne arrivano col contagocce e a centrocampo Kondogbia annaspa parecchio, cerca di vincerla. Mancini insiste parecchio sulle fasce, cioè ancora Palacio, con Nagatomo e Telles che però trovano non poche difficoltà contro le barriere innalzate da Marcos Alonso e Roncaglia e, in ultimo, con Perisic subentrato a Eder.

Nulla da fare, perché la Fiorentina è più squadra, più compatta e cuce e ricuce continuamente le fila del gioco e, grazie ancora una volta alle percussioni di Bernardeschi e, soprattutto, Zarate, trova la mossa vincente nel recupero con Babacar, ancora lui, che ha preso il posto di un guerrigliero come Kalinic e in virtù di un rimpallo sotto misura riesce a infilare il portiere sloveno per il 2-1 finale. E l’Inter è di nuovo beffata in extremis come con il Sassuolo.