Aveva ragione Mancini quando mercoledì della settimana scorsa, dopo la vittoria striminzita contro il Bologna nella decima giornata di Serie A, seppur conquistata in inferiorità numerica, aveva dichiarato che contro la Roma sarebbe stata tutta un’altra partita. E così, di fatto, è stato. A cominciare dallo schieramento iniziale che ha visto l’innesto di D’Ambrosio (alla sua prima in campionato al Meazza quest’anno) e Nagatomo sulle fasce, come efficace contromossa alle scorribande dei due esterni d’attacco Gervinho e Salah, e l’assenza di Mauro Icardi in favore di un tridente inedito tutto slavo formato da Perisic, Jovetic e l’ex Ljajic.

Se la strategia da parte di Mancini di non dare punti di riferimento offensivi sicuri alla Roma, mescolando le carte dell’attacco nerazzurro con i tre slavi che svariavano “on the loose” dalla trequarti in su, ha funzionato per tutto il primo tempo, almeno finché l’Inter è riuscita a rendersi propositiva in avanti, quella di inserire due velocisti come D’Ambrosio e Nagatomo eleggendoli a baluardo delle rispettive fasce di competenza per arginare Gervinho e Salah si è rivelata una mossa davvero vincente. Senza dimenticare l’estenuante lavoro di copertura da parte di Brozovic e Guarin e di raccordo da parte di Perisic (uomo ovunque).

L’Inter in sostanza porta a casa tre punti pesantissimi (grazie al sesto 1-0 in 11 gare) contro una Roma complessivamente più forte ma tatticamente più ingenua. Il furor offensivo giallorosso si è schiantato contro la barriera difensiva nerazzurra e tra il miglior attacco del campionato e la miglior difesa, ha prevalso quest’ultima, sintomo inequivocabile che chi vuole ambire a vincere lo scudetto deve essere attrezzato alla perfezione in retroguardia. E la squadra di Mancini, al netto di episodi fortunati e grazie a un Handanovic (inter)stellare, ha vinto grazie all’inossidabilità della sua difesa, a una coppia di centrali, Miranda-Murillo, in stato di grazia.

Cos’è mancato alla Roma, che per lunghi tratti ha fatto la partita? Probabilmente proprio il fatto di aver dovuto “fare la partita”, essendo costretta a inventare spazi che non c’erano, linee di passaggio quasi sempre interrotte, verticalizzazioni poco ritmate sistematicamente lette dalle linee nerazzurre. È mancata l’arma migliore della Roma, la ripartenza. Perché l’Inter pur nella scolasticità e nello schematismo delle sue manovre è riuscita sempre a rimanere compatta tra i reparti, pagando un po’ di stanchezza nel finale (quando l’arrocco si è reso obbligatorio), soprattutto dopo l’uscita del “soldato” Medel, eroe inconcusso del match (persino autore della sua prima rete in maglia nerazzurra), a favore di un Kondogbia forse più a suo agio in mediana ma che ancora è ben lungi dall’esser entrato nel sistema di gioco del Mancio.

È mancato Dzeko, ieri più svogliato del solito, che si lasciava saltare in testa da Miranda, rendendosi pericoloso solo in rare occasioni. È mancato Florenzi, che come mezzala si è un po’ pestato i piedi con Gervinho e Salah là davanti. È mancata la solita spietatezza con la quale spesso condanna i portieri, a proposito dell’egiziano. È mancato Pjanic e la sua abilità di fromboliere, che non ha saputo fino in fondo, come sua consuetudine, prendere per mano la squadra, lasciandola addirittura in inferiorità numerica in un momento cruciale del match. È mancato De Rossi, fisicamente, e la sua grinta, simbolicamente. Sì, sono mancate oggettivamente delle cose alla Roma nella serata del Meazza, ma onore e rispetto a un’Inter che così coriacea non si era mai vista, per una vittoria che non è un trionfo, ma solo la conquista di una battaglia nel corso di una lunga guerra.