Alzi la mano chi avrebbe scommesso un solo centesimo su una vittoria così larga della Lazio sulla Fiorentina delle meraviglie, quella che gioca un calcio solido e spumeggiante a un tempo ed è stata in grado di annichilire con merito la Juventus, non una squadra a caso, allo Juventus Stadium. Eppure è tutto vero e l’aquila ha calato un poker micidiale all’Olimpico proprio contro la viola infliggendo una sconfitta che agli occhi di Montella è parsa come una mannaia ora che la Fiorentina aveva trovato i suoi equilibri e imposto il suo bel gioco proiettandosi stabilmente nelle parti alte della classifica, in lizza per un posto in Champions League, là dove ora, per l’appunto, osano le aquile.

Nel segno del quattro. Le quattro vittorie consecutive della Lazio, le ultime delle quali con largo vantaggio (il 3-0 al Sassuolo a Reggio Emilia), non sono certo il frutto del caso ma di un lavoro costante, minuzioso e intelligente da parte di Stefano Pioli che con molta umiltà ha esaminato i punti deboli della sua squadra nelle sconfitte rimediate agli inizi di febbraio e Cesena e nella gara interna con il Genoa comprendendo che un giocatore come Ledesma, fondamentale nell’era Reja e Petkovic, ora è bene che lasci spazio a un altra grande testa pensante con notevoli qualità di equilibratore del centrocampo come Biglia, attualmente più fresco del più attempato argentino. Il suo 4-2-3-1 è un meccanismo a orologeria che rischia di far letteralmente esplodere dalle fondamenta l’edificio tecnico-tattico della Fiorentina. I leitmotiv del gioco della Lazio sono geometria e velocità. Gli schemi di Pioli sono semplici ma inesorabili: ponderosa densità a centrocampo (Biglia e Cataldi sono affiancati dal ripiegamento di Mauri e dall’accentrarsi di Candreva in fase di non possesso), aggressività senza scampo e verticalizzazioni al fulmicotone. L’unico argine per i biancocelesti è rappresentato da Neto che riesce a limitare i danni disinnescando le micce perennemente accese di Candreva, Mauri, Felipe Anderson e Klose. L’unico difetto, se così può essere definito, del primo tempo laziale è il non saper “ammazzare” l’avversario da subito. Cosa che però avviene nella seconda frazione di gioco quando la squadra di Pioli mette davvero le ali e continua a dare spettacolo come un’irrefrenabile macchina da gol, grazie a un Klose in stato di grazia.

Oh, Fiorentina. Se nella Lazio funziona tutto, nella Fiorentina al contrario non funziona niente. Gli undici di Montella viaggiano a velocità ridotta, il centrocampo abitualmente illuminante e geometrico perde inspiegabilmente lucidità e ispirazione, ma soprattutto dinamismo e viene letteralmente fagocitato da quello arrembante della Lazio. Badelj e Kurtic risultano abulici, Mati Fernandez va a sprazzi, il gioco s’inceppa prima d’ingranare e là davanti arrivano pochissimi palloni giocabili per Ilicic, Diamanti e Salah il quale passa in pochi giorni dallo status di fenomeno a quello di ectoplasma. L’area viola è un’ecatombe. Tomovic, Savic e Basanta non sanno come e dove mettere i tappi a uno scafo difensivo che perforato da ogni parte, affonda sotto i colpi di una Lazio che non intende placare la sua fame di gol. Un gioco al massacro che Montella, più incredulo che rassegnato, non riesce a fermare nemmeno ridisegnando una fino ad allora improponibile mediana, con l’ingresso di un “geometra” come Pizarro e un cursore come Joaquin. Anche l’ingresso di Gilardino al posto di Ilicic si rivela inutile perché tanto da quelle parti palle non ne arrivano. L’attenuante degli impegni multifronte per la Fiorentina è una spiegazione plausibile ma non una giustificazione per una realtà che considerate le proprie potenzialità ha l’obbligo di ambire in alto.