Da un certo punto di vista, inutile negarlo, è stato un derby, quello della Capitale, nel quale a perdere è stato un po’ lo sport poiché, considerando l’importanza dell’evento, non soltanto per la città di Roma (tra tradizione, folklore, storia sportiva), ma per il calcio peninsulare in genere, e la capienza dell’Olimpico, un derby Lazio-Roma con meno di 30.000 spettatori è un fattore piuttosto allarmante di una situazione che va decisamente affrontata. Inutile, come è stato fatto e si sta facendo, andare “muro contro muro” con assoluta rigidità nelle posizioni tra tifoserie e autorità amministrative.

Al di là di questo, Lazio e Roma, ma soprattutto la squadra allenata da Spalletti, hanno regalato gioco e spettacolo in campo. Una stracittadina da ben cinque reti, quattro delle quali sono finite alle spalle di Marchetti (4-1 il risultato finale) con una Lazio visibilmente in difficoltà nel gioco e nel contenere la straripanza di una squadra nettamente in salute con la sua scia di 10 risultati utili consecutivi di cui nove sono vittorie. Oltre la Lazio, a pagare il salatissimo conto della sconfitta è stato il tecnico biancoceleste Stefano Pioli, esonerato a fine partita.

La Roma, come ci ha abituato dall’avvento di Spalletti, ha preso immediatamente il comando delle operazioni. Nel primo tempo è tutto un macinare gioco e un fioccare di occasioni. Mentre la Lazio, abulica e impotente, rimane a guardare, i giallorossi fanno quello che vogliono raccogliendo però il magro bottino di un gol messo a segno di testa dall’immancabile (e immarcabile) El Shaarawy su deliziosa pennellata di Digne. Funziona tutto a meraviglia nella manovra romanista: Nainggolan e Perotti sulla trequarti recuperano palloni come se non ci fosse un domani e la Roma penetra la difesa avversaria sia sulle fasce che al centro.

Stesso discorso nel secondo tempo, quando su incursione dell’onnipresente Perotti arriva Dzeko, subentrato al piccolo Faraone, a depositare in gol apponendo la sua firma sul suo secondo derby romano per un tapin vincente in seguito al palo colpito dall’argentino. La reazione della Lazio giunge tardi solo quando la Roma sul 2-0 si siede un po’ e commette una leggerezza difensiva su Klose (brutta scelta di tempo di Szczesny) che sovrastando Digne mette una palla che attende di essere spinta in rete da Parolo.

A un quarto d’ora dalla fine, a partita inaspettatamente riaperta, la Roma si risveglia e riprende in mano le redine del match e le fila del suo gioco. Sale in cattedra Florenzi che da capitano presidia la sua fascia di competenza come un gigante producendosi in frequenti scorribande offensive fino a trovare il guizzo vincente su una rasoiata diagonale al culmine di una galoppata travolgente. Sul 1-3 la Lazio non ne ha più così che anche Perotti può mettere il suo sigillo a coronamento di un altro derby – il primo in assoluto per lui – memorabile. E con il crollo del Napoli a Udine ora la Roma può sognare davvero in grande.