La bella vittoria contro il Napoli della 29a giornata di Serie A è più un’illusione che la certezza di essere usciti da una situazione di prolungata crisi che sembra perdurare ormai da inizio 2015. Così arriva un altro insipido pareggino contro un’Atalanta mediocre ma efficace, quanto meno nell’intento di mettere i bastoni tra le ruote di una Roma che già pregustava il controsorpasso ai danni della Lazio, battuta dalla Juventus nell’anticipo del sabato sera. C’è un po’ di derby anche nella sfida con i bergamaschi e forse, anche per questo, Reja si attribuisce qualche merito in più e prova maggior soddisfazione nell’aver fermato i giallorossi all’Olimpico, un risultato comunque importante e oltretutto preziosissimo nella corsa alla salvezza dei nerazurri.

La Roma col tridente Ljajic, Totti, Iturbe fa capire fin da subito che nel pomeriggio capitolino c’è solo un risultato all’orizzonte: risorpassare la Lazio in classifica va al di là di qualcosa di semplicemente funzionale in termini di classifica e di piazzamenti per l’Europa, è un imperativo eticamente categorico. Al pronti via i giallorossi vanno in vantaggio su rigore per un mani fischiato a Stendardo. Le idee di predominio sembrano chiare e il gioco scorre abbastanza fluido sulle fasce con Florenzi che sembra voler ripetere la strepitosa performance di Torino. Invece basta un’ingenuità difensiva, una spintarella di Astori in area a Emanuelson, che accentua come non mai, per cerare le condizioni di una generale sfiducia nei propri mezzi. Dopo il penalty messo a segno da Denis la baldanza della Roma si sgonfia per lasciare il posto alle solite paure, le incertezze, la prolissità di un gioco inconcludente e mai concreto. L’Atalanta, certo, ci mette tanto del suo a non giocare più in maniera propositiva per non scoprirsi e, soprattutto non far giocare gli avversari. Reja sostituisce Baselli con Migliaccio e una diga si erge nel centrocampo atalantino, contro la quale s’infrange la manovra romanista e i sogni di rivalsa.

A Garcia sembra non importare più tanto il suo futuro e men che meno la sua storia e quella del club con certa tifoseria, che giustamente non chiama neppure in causa. Non gli importa di quel che succederà in un immediato futuro, almeno non nel preciso istante nel quale prende atto che Roma-Atalanta è il quadro perfetto di un fallimento, fa il mea culpa ma è una furia nel dopo partita accusando la squadra di scarsa personalità: “Non c’era la voglia di riprendersi il secondo posto. Troppe assenze e in attacco un atteggiamento inspiegabile“. La Roma è fatta di giocatori e di campioni, ma ieri servivano evidentemente uomini e attributi per scrollarsi di dosso paure e torpori per conquistare una vittoria che potesse sancire ancora orgogliosamente la ferrea identità di quella che a lungo è stata la seconda forza del campionato. La Lazio è stata agganciata, certo, ma – verrebbe da dire – immeritatamente. Questa non è più la Roma. Non è più la Roma del progetto Garcia.