E se la Superlega fosse un bluff e il vero obiettivo dei grandi club europei fosse quello di arrivare a una nuova formula Champions League per il 2018, quando scadrà quella attuale? La provocazione, che in realtà si appoggia su basi logiche molto solide, era stata lanciata tre settimane fa dal quotidiano Milano e Finanza, secondo il quale le big d’Europa non vorrebbero davvero scindersi dall’UEFA per fondare una propria lega privata sul modello di quelle americane, ma starebbero usando tutto il loro potere diplomatico per costringere la Federazione a rimodellare la Champions League secondo i loro interessi. Un’idea che è stata ripresa oggi anche dal quotidiano spagnolo Mundo Deportivo.

Lo scoop del Sun dello scorso 2 marzo sembrava aver scoperchiato un pentolone ribollente. Quelle immagini del vertice segreto tenuto dai cinque più importanti club d’Inghilterra e i proprietari dell’International Champions Cup avevano suggerito l’ipotesi, affatto fantascientifica, di un progetto di Superlega ormai giunto alla fase operativa. D’altra parte, i segnali di insofferenza dell’ECA (l’associazione dei grandi club europei) nei confronti dell’attuale formula della Champions League erano evidenti da tempo, e molti esponenti di prestigio, da Karl-Heinz Rummenigge ad Adriano Galliani, hanno più volte punzecchiato l’UEFA a questo proposito.

Il motivo principale dell’insoddisfazione dei top club è il seguente: con l’attuale formula, lo spazio per le big è troppo angusto e malsicuro, specialmente dopo l’allargamento voluto da Michel Platini alla periferia d’Europa ai danni delle nazioni tradizionalmente dominanti. In altre parole, si vorrebbe garantire la presenza delle squadre più blasonate, indipendentemente dai risultati in campionato. Ed ecco spuntare l’ipotesi Superlega, sul modello di quelle americane: nessuna retrocessione, partecipazione a inviti, chiusura dell’elite in una torre d’avorio intoccabile.

In realtà, la missione sarebbe quella di restare nell’ambito dell’UEFA e di una Champions League riformata e maggiormente televisiva, con un maggior numero di grandi squadre e di partite. Una Champions League a 32 squadre, come quella attuale, di cui tuttavia almeno 24 provenienti dai primi 5-6 campionati d’Europa, più altre 8 provenienti dai preliminari estivi (magari sempre dai campionati più importanti). Ci sarebbe una prima fase con 8 gironi da 4 squadre, esattamente come oggi, più una seconda fase a gironi, una Top 16 con due gironi da 8 squadre ognuno; quindi, eliminazione diretta a partire dai quarti di finale. Ovvero: almeno 20 partite per chi arriva fino alle Top 16, ben 25 per chi ce la fa fino alla finale.

La vera rivoluzione sarebbe l’introduzione delle wild card per alcuni club molto popolari ma fuori dalla Champions League attuale – Milan, Inter e Manchester United, per citare i tre casi più clamorosi. Questo consentirebbe all’UEFA e ai network televisivi di sfruttare interamente il bacino d’utenza a disposizione, con ovvi benefici per entrambi, e ai grandi club di poter programmare con maggior certezza il proprio futuro, contando su ingenti entrate garantite. La periferia dell’impero diventerà più periferica di quanto non sia ora, ma almeno non sarà completamente tagliata fuori come sarebbe accaduto in caso di scissione dall’UEFA e fondazione di una Superlega privata.