Vittoria sofferta ma meritata nell’andata degli ottavi di finale di Champions League da parte della Juventus chiamata a una sfida europea di grande fascino e dal sapore retró con il Borussia Dortmund. Un 2-1 casalingo che di certo non può tranquillizzare in quanto non chiude affatto il discorso qualificazione, un risultato però positivo contro un avversario notoriamente formidabile (specialmente in campo internazionale) che può far ben sperare per il match di ritorno in programma il 18 marzo e che, soprattutto, ha messo in evidenza una Juventus in salute e in grado di essere competitiva ai più alti livelli.

Borussia senza timori reverenziali. Come da aspettative, non si è trattato di una serata facile poiché i tedeschi, al contrario di tanti club italiani – e qui si potrebbero riaprire vecchi discorsi à la Capello sul fatto che il campionato di Serie A non sia allenante per una squadra come la Juventus -, non sono andati a Torino per tentare di cavarsela puntando a uscire indenni dallo Juventus Stadium. Il Borussia Dortmund dall’arrivo di Klopp nel 2007 è una squadra programmata per vincere, ovunque e comunque, costruita e fondata su un assetto inequivocabilmente offensivo. Esiste di fatto una mentalità nel calcio straniero, in Germania come in altre top league europee, che è frutto di un retaggio storico profondamente diverso da quello italico: sul rettangolo verde si gioca in undici contro undici a qualsiasi latitudine, non ci sono differenze di luogo e non esistono timori reverenziali, così che il Mainz va a Monaco di Baviera e affronta il Bayern a viso aperto, il Burnley raggiunge lo Stamford Bridge consapevole di giocarsela all’arma bianca contro il Chelsea e così via.

Il gioco all’italiana. Il Borussia Dortmund dunque è andato a Torino per fare la partita controllando il gioco e per lunghi tratti è riuscito a farlo (le percentuali sul possesso palla nel primo tempo sono state indicative), la forza della Juventus, come al solito, è stata la sua intelligenza, il fatto cioè di saper leggere la partita e trovare le chiavi giuste per interpretarla, anche nei momenti di maggior difficoltà, quando ad esempio Pirlo è stato costretto ad abbandonare il campo per un risentimento al polpaccio. Alla fine ne è scaturito un confronto tra i più classici: il gioco “degli altri” contro il gioco “all’italiana” con la “banda dell’oro” che amministrava il pallino del gioco e i bianconeri che colpivano inesorabili in ripartenza. Una vittoria figlia di una tattica antica ma sempre micidiale.

Vittoria d’intelligenza. Allegri è uno di quei pochi allenatori capaci di capire in tempo reale i punti deboli propri e dell’avversario e sfruttarli a proprio vantaggio. Ha capito ad esempio che a centrocampo non c’era storia, con i tedeschi che hanno mostrato di avere un altro passo: senza Pirlo e con Pogba e Vidal non in gran serata, ha sostituito il francese con Padoin, giocatore dalla propensione più difensiva, e Vidal con Pereyra che, al contrario è più votato all’offesa. Ha dunque affilato le proprie armi tattiche rafforzando il comparto arretrato, protagonista poi di un secondo tempo eccezionale, per poter bloccare l’iniziativa teutonica e ripartire immediatamente sfruttando la velocità di Morata, Tevez e il subentrato Pereyra. La Juventus ha compreso alla perfezione che il Dortmund produce gioco ma ha due problemi macroscopici: la finalizzazione della manovra e la difesa. Con un assetto difensivo da reinventare (motivo principale del pessimo andamento in Bundesliga, nonostante evidenti segnali di ripresa – le ultime tre vittorie in campionato), una fascia destra praticamente monca (Piszczeck infortunatosi alla mezzora, l’indisponibilità di un gran cursore di fascia come Grosskreutz e Blaszczykowski ancora a mezzo servizio dopo l’infortunio al crociato), e un quadrilatero offensivo da ricalibrare con i vertici incapaci di dialogare al meglio (non riuscitissimo l’innesto di Immobile nei meccanismi d’attacco dei gialloneri) al Borussia è mancato molto del suo enorme potenziale. Brava la Juventus a comprendere dove e come poteva essere letale, ma attenzione però perché c’è ancora una “muraglia gialla” da scalare.