Ci pensa la Juventus a interrompere la lunga striscia di vittorie della Lazio, ben otto – a un passo dall’eguagliare il record di Eriksson – , e ottenere nell’anticipo della 31a giornata di Serie A una vittoria davvero importante ai fini della conquista di uno scudetto sempre più vicino. Quest’anno come ormai da diversi anni, visto che i biancocelesti non riescono ad avere la meglio in campionato sulla Juventus da 20 confronti (14 sconfitte e 6 pareggi) tra Juve e Lazio è così, non c’è nulla da fare, quando i bianconeri vedono Lazio ingranano quella marcia in più e gli diventa praticamente impossibile prendere gol e, viceversa, quando la Lazio vede il bianconero all’orizzonte, si scioglie come neve al sole dimenticandosi, o quasi, di essere stata la squadra che ha giocato e fatto meglio durante il girone di ritorno. Ora i punti tra la prima della classe e la Lazio sono 15, 16 invece sulla Roma attualmente terza che però deve ancora giocare contro l’Atalanta, la questione dunque non è più se la Juventus vincerà lo scudetto ma con quante giornate d’anticipo riuscirà a farlo.

La forza del collettivo. Nell’affrontare la Lazio la squadra di Allegri ritrova la giusta determinazione che aveva un po’ smarrito in occasione della sconfitta di Parma. I due episodi chiave del vantaggio di Tevez (sempre lui) prima e quello del 2-0 di Bonucci poi hanno messo la Juventus nella posizione più comoda e congeniale di poter amministrare la partita grazie anche all’assetto tattico giusto, il 3-5-2, che le ha consentito di gestire e controllare l’offensiva laziale. Una configurazione tattica che con i tre dietro (Barzagli, Bonucci e Chiellini, una Trimurti) ad erigere il solito muro garantisce sempre grande solidità. Ovviamente oltre alla tattica è sempre la Juve come squadra, come unità di uomini che rispondono a un unico credo disponendosi in maniera perfetta in campo e muovendosi sempre seguendo dinamiche corrette e sacrificandosi tutti indistintamente per la causa. Una Juve nella quale si fa fatica ad attribuire la palma di migliore in campo perché ha nel suo Dna il presupposto di dare tutti il massimo. Al di là di facili retoriche, il segreto del successo juventino è ancora una volta quello di avere un gran collettivo. Il fatto che gente come Marchisio, Vidal, Padoin, Tevez, sia in grado di lottare su ogni palla giocabile ininterrottamente e creare una sorta di moto perpetuo, di dinamismo bifasico senza concedersi il lusso di tirare il fiato.

Lazio orizzontale e prevedibile. Nell’economia del match, non si può certo affermare che la Lazio abbia giocato male, poiché la squadra di Pioli è un organismo vivo, fibrillante, che sa come impostare le dinamiche di gioco e ha gamba per poter competere e contrastare il moto perpetuo della Juventus. Però la linea difensiva reinventata ha fatto due errori imperdonabili, uno quasi veniale, trovandosi troppo alta nella spizzata di Matri a liberare Tevez e l’altro invece clamoroso nello squarciarsi in due sulla penetrazione di Bonucci. Certamente pesantissima l’assenza di un uomo d’ordine difensivo come De Vrij ma la Lazio finisce col pagare a caro prezzo i due errori senza riuscire a riequilibrare la partita. Nel primo tempo s’incaponisce nella penetrazione per vie centrali, con Lulic che rinuncia inspiegabilmente alle sue proverbiali scorribande sulla fascia sinistra, senza trovare sbocchi poiché Marchisio e Vidal convergono a bloccare le iniziative biancocelesti e perché troppo spesso si rifugia nelle iniziative individuali. Nella ripresa, con l’ingresso di Candreva e il passaggio al 4-2-3-1, l’allargamento sulle fasce segue ritmi troppo lenti e sistematicamente leggibili da Barzagli e Padoin da una parte e Chiellini ed Evra dall’altra, più eventuali azioni di ripiegamento delle mezzali e di Teves, uomo-ovunque. La Lazio non tira praticamente mai in porta, non verticalizza, non prende mai la Juve in velocità, non crea superiorità numerica intestardendosi nel giro palla anche perché i bianconeri sono perfetti nelle chiusure e nella riduzione degli spazi, pressando a dovere gli avversari. Brava la Lazio a imbrigliare Pirlo, il costruttore di gioco della Juventus, ma poi serviva qualcosa in più perché i bianconeri una volta trovato il duplice vantaggio hanno avuto gioco facile nell’annullare Felipe Anderson che si muove in maniera confusa e orizzontalmente spesso triplicandolo e nel bloccare qualsiasi linea di passaggio tra i reparti di centrocampo e attacco. Forse Pioli avrebbe dovuto azzardare prima la carta Keita imprimendo maggiore velocità e verticalità al suo gioco.