Mai come nell’occasione del match contro l’Atalanta nell’anticipo della 24a giornata di Serie A il motto bonipertiano ha avuto tanta pregnanza di significato per una Juventus chiamata a vincere per scrollarsi di dosso sia i fantasmi di Cesena sia una Roma che pur in crisi di risultati è sempre lì a distanza di non sicurezza, pronta a riaprire le sorti di un campionato che dal punto di vista di Allegri deve necessariamente e definitivamente trovare un punto di rottura. E il momentaneo +10 in classifica potrebbe rappresentare un ottimo point break.

Inizio shock come a Cesena. Eppure era iniziata male proprio come al Manuzzi con la Juve che prende gol dopo aver cincischiato a lungo dalle parti dell’area bergamasca. Allegri ha rinunciato a Vidal ma l’importanza dei tre punti è tale da indurlo a schierare Pogba – diffidato – dal primo minuto. Il copione è di quelli già scritti quindi l’Atalanta in preoccupante emergenza viste le assenze di Maxi Lopez, Benalouane, Carmona etc. decide di allestire il suo fortino davanti alla porta di uno Sportiello in gran serata contro il quale le frecce dell’Apache Tevez appaiono spuntate e inefficaci. Il tema tattico “chiusura delle linee di passaggio e ripartenza” è quello che porta al vantaggio di Migliaccio (su angolo provocato da una discesa di Emanuelson) al 25′ del primo tempo e resiste fino alla rete di Llorente.

La cognizione del dolore. Ci sembra di poter dire che quella di Allegri è una Juventus diversa da quella triscudettata del recente passato. Tolta la questione internazionale di cui torneremo inevitabilmente a parlare da martedì 24 febbraio con l’impegno di Champions League, la Juventus di Conte solo rarissime volte ha mostrato di andare in sofferenza con le avversarie. Piuttosto sono capitati dei black-out, delle rarissime giornate storte, momenti di confusione, ma sofferenza nei confronti del gioco avversario no. Ricordiamo giusto il Genoa-Juventus del 16 marzo 2014, tanto per ricreare la rete delle analogie con un Pirlo decisivo anche in quell’occasione dopo un’agonia causata dal massiccio forcing rossoblu. Questa è una Juventus che sa soffrire. È una Juventus che, costretta a dissipare energie fisiche e mentali su tanti fronti, soffre, reagisce e combatte. La perla di Pirlo (e perdonate il bisticcio linguistico) giunta sul finire del primo tempo è una bomba endorfinica d’incalcolabile importanza.

Il gruppo e i campioni. Certo, i campioni sono sempre quelli che alla fine fanno la differenza e Allegri è il primo a non volersi mai nascondere dietro un dito. I campioni, come nel caso di Genova 16/03/2014, sono quelli in grado di risolvere a favore le partite impossibili e la Juve li ha. Però Colantuono ha capito quello che Gasperini e Di Carlo hanno capito da subito, ovvero che ai bianconeri non vanno concessi timori reverenziali e che la Juve è una squadra che va affrontata a viso aperto, cosa che i nerazzurri hanno provato a fare rabberciando forze e intenti rimasti anche dopo l’uscita di scena di Zappacosta (il migliore tra le file atalantine). Ed è lì che emerge lo spirito di una squadra pugnace come la Juventus dell’era Allegri. Un gruppo che oltre ai campioni è costituito da gente che si sacrifica (Chiellini, Padoin, Marchisio), che lotta, che non è disposta a concederti un millimetro di campo e che sa sputare fuori l’anima perché la vittoria è l’unica cosa che conta.