Ora che Ricardo Kakà è tornato a Madrid per impacchettare le sue cose (giusto uno spazzolino e un paio di t-shirt), prima della sobria presentazione à-la-Milan prevista per domani a mezzogiorno, ci avanza quella mezz’ora per avventurarci nell’interpretazione di questa mossa di mercato. Annusando qua e là, abbiamo rilevato due correnti di pensiero: la prima, in perfetto accordo con la mitopoiesi gallianesca, ci racconta del ritorno dalle Crociate di Riccardo Cuor di Leone, ultimo Re di Milanello, pronto a ristabilire l’ordine dove c’era anarchia; la seconda, in cui leggiamo un certo disincanto, non vi vede altro che una patetica minestra riscaldata, così simile in scipitezza ad altri infelici sequel rossoneri, non da ultimo quello di Shevchenko.

Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici, scriveva Pavese. I ricordi ti opprimono, quando non ti annientano, e non ci sono aspettative più difficili da soddisfare di quelle costruite dal tuo stesso passato. È tutto vero; eppure, ne siamo convinti, Kakà non potrà fare la fine di Shevchenko. Oh, non credete, le abbiamo notate le similitudini. Entrambi sono reduci da un dorato fallimento, che li ha segnati nel fisico quanto nell’autostima; entrambi ci riprovano oltre i 30 anni di età, entrambi soddisfano la perenne celebrazione del passato, così tipica dei vertici di Via Turati. Ma ci sono due grandi differenze che, stranamente, hanno fatto fatica a emergere : una di carattere ambientale, una di carattere tecnico.

Lo Shevchenko che tornò in sordina a Milanello nell’agosto del 2008 ritrovò praticamente lo stesso Milan che aveva abbandonato, con fare da primadonna, appena due estati prima. I tifosi hanno memoria corta, ma non a tal punto da dimenticarsi che, mentre il club s’impaludava nei fanghi di Calciopoli, il suo giocatore più rappresentativo cedeva all’abbordaggio milionario del Chelsea di Abramovich, scaricando peraltro la responsabilità sui figli (e chissà se nel frattempo hanno imparato l’inglese, visto che ora vivono tutti a Kiev). No, lo Sheva-bis non fu cosparso d’incenso e mirra. E nemmeno allenatore compagni di squadra lo accolsero a colpi di fanfara. Tutto il contrario di quanto accaduto con Kakà, astuto abbastanza da far ricadere sulla società l’intera responsabilità della sua cessione al Real Madrid (e, in effetti, così fu) e da potersi ripresentare quattro anni più tardi con la coscienza immacolata e, non a caso, accolto da una folla adorante e pronta a sgozzare grassi bovini sul suo altare (foto by InfoPhoto). Inoltre, il brasiliano va a inserirsi in una squadra completamente rinnovata, dall’età media drasticamente più bassa e per giunta zeppa di suoi fanboy personali.

Soprattutto, c’è la questione tecnica. La scelta di riportare Sheva a Milano è interamente attribuibile a Silvio Berlusconi, che considerava l’ucraino una specie di figlioccio (e quasi lo era, visto che aveva sposato l’ex fidanzata di Piersilvio). Galliani e Ancelotti ne avrebbero fatto volentieri a meno: l’attacco del Milan era già composto dal Pallone d’Oro Kakà, dal neoacquisto Ronaldinho, dall’allora baby fenomeno Pato, dall’intoccabile Seedorf, da Inzaghi e da Borriello. Shevchenko si trovò a partire dall’ultima fila e, zavorrato dagli anni, dalla concorrenza spietata e dalla sfiducia, non riuscì a ritagliarsi alcuno spazio significativo. Viceversa, il ritorno di Kakà risponde soprattutto a una precisa necessità tecnica: ad Allegri mancava un trequartista. Possiamo discutere se non ci fossero nomi più invitanti (non di certo a zero euro), o se non fosse meglio acquistare anche un difensore o un centrocampista (certo che sarebbe stato meglio), ma è fuor di dubbio che la squadra aveva bisogno di un giocatore in quel ruolo. La titolarità di Kakà nel Milan di Allegri non può essere in discussione, quella di Shevchenko nel Milan di Ancelotti non era mai nemmeno stata presa in considerazione. Da ultimo, due parole sull’attuale livello della Serie A. Ragazzi, siamo messi maluccio e lo sapete anche voi. Alla periferia dell’impero, anche un Kakà al 60% può rivelarsi non dico dominante, ma decisivo sì.

Al di là di ogni legittima spernacchiata sulla prosopopea milanista e sugli pur importanti effetti in sede di campagna-abbonamento, il Riccardo II s’aveva da fare.