Al netto dei soliti – purtroppo – imbecilli che hanno trovato il modo di dimostrare per l’ennesima volta il loro status dando vita a una sorta di guerriglia urbana per le vie della città nelle zone limitrofe allo Stadio Olimpico, prendendo d’assalto prima il pullman della Juventus e poi lanciando una bomba carta sulle gradinate dell’impianto sportivo durante il match, sarebbe stata una domenica di festa a Torino. Il bombacartaro è stato arrestato, perché in questo come in tanti casi, l’utilità del capro espiatorio rassicura le masse, ma la demenza di certa tifoseria, quella no, non è possibile arrestarla, non sono sufficienti le deterrenze, le istruttorie e i processi (quasi sempre fasulli), ci vuole un’opera di sradicamento che abbia fondamenta culturali. Cose che ovviamente col calcio non hanno nulla a che fare.

Vecchio cuore granata. Per Ventura vincere il derby della Mole rappresenta un apice, il coronamento di 4 anni di duro e serio lavoro per plasmare una squadra dal magma informe degli esordi. Un 2-1 che sa di lotta, sudore e polvere. Battere la Juventus sul campo di battaglia non ha prezzo per i granata che sognavano questo giorno da vent’anni, un pensiero stupendo e dominante che si è insediato da tempo nella mente dei giocatori torinisti come nel film “Inception” di Christopher Nolan, perché anche questo è il calcio. Non c’entra nulla col sconfiggere la prima della classe a dimostrazione di quanto si è forti, è una “rivalry” atavica, metastorica, che oltrepassa i confini del puro e semplice agone sportivo ma riporta comunque l’essenza del gioco a quella doppietta di Rizzitelli con la quale il Toro sconfisse la Juventus per l’ultima volta in quel 9 aprile 1995 al Delle Alpi. Sono quelle poche piccole verità che scavalcano la storia ed entrano nella leggenda.

Senza tatticismi. Inutile ricordare che chi si fosse aspettato un derby all’insegna del tatticismo e della prudenza, poi, ha visto un’altra cosa per la ragione che il match è stato tutto fuorché tattico laddove l’arma bianca ha di dovere prevalso sulla diplomazia. E a dire il vero, cosa piuttosto anomala, almeno per la Juventus di Allegri (e non è un caso che il tecnico livornese si sia infuriato per una volta coi suoi), sono stati proprio i bianconeri ad abbandonare ogni senso tattico allungando la squadra già nel primo tempo con la logica conseguenza di creare distanza tra i reparti, ovvero spazio – e tanto – di azioni per le incursioni granata. L’ennesima magia di Pirlo su punizione aveva portato l’immeritato vantaggio in casa Juve, ma poi ci ha pensato la “potenza di volontà”, il cuore pulsante del Toro a riequilibrare il risultato con un inarrestabile – anche per se stesso – Darmian. Nella ripresa poi la partita di pallone ha lasciato il posto alla disfida campale, proprio come in una stracittadina d’altri tempi, con l’Olimpico che celebra il trionfo dei suoi eroi.

Giustificazioni. Non è stata la solita Juventus pir(l)otecnica e dominatrice, e questo anche in virtù di un grande avversario, anche se l’Andrea nazionale ha tentato di inoculare tanta materia grigia in una manovra che della strategia non ne voleva proprio sapere. Quello alla difesa a quattro non è stato un ritorno troppo felice: l’intesa Bonucci-Ogbonna (ex illustre) non ha prodotto idilli andando spesso e volentieri in difficoltà sia in area che nel raddoppiare gli arrembaggi laterali di Bruno Perez e Darmian. A centrocampo Sturaro non è Marchisio: l’assenza del Principino si è sentita eccome. L’offensiva portata dagli M&M Morata e Matri era dolce, tenera e zuccherosa come un confetto a dimostrazione dell’incontrovertibile fatto che senza Tevez l’attacco della Juve è improduttivo, ai limiti dell’inefficacia. D’altronde le esigenze di turnover si rendono inalienabili quando ci si trova in ballo su una triplice pista (campionato, Coppa Italia e Champions League) e fare economia di forze psicofisiche un must imprescindibile a certi livelli. Qualcosa si deve pur mollare.