Lo scherzetto firmato Roberto Mancini rischia di risultare oltremodo indigesto per la Juventus. Il 2-2 che i campioni d’Italia in carica si sono fatti imporre da un Galatasaray in crisi davanti alle mura amiche non mette a repentaglio solo il passaggio del turno del girone B di Champions League (servirà vincere a Istanbul o strappare almeno una vittoria al Real Madrid, oppure un segno della croce multiplo), ma getta ombre lunghe sulla legittimità delle ambizioni bianconere fuori dagli italici confini – dal momento che, è bene ricordarlo, l’obiettivo dichiarato di inizio stagione era migliorare il risultato di quella passata, ovvero entrare tra le prime quattro d’Europa. E i tifosi, naturalmente, iniziano a farsi alcune domande.

Da escludere l’ipotesi di chi pensa che alla base del motore ingolfato vi sia la celebre Sindrome da pancia piena: è un discorso che può reggere benissimo relativamente al campionato italiano, che i bianconeri hanno vinto e rivinto, ma che non può essere in alcun modo esteso alla Champions League. Giocatori non all’altezza? Questo è sicuramente più verosimile. Se il Real Madrid, che in Spagna stanno massacrando, fa va a segno dieci volte contro le stesse squadre che la Juve non è riuscita nemmeno a battere, è anche perché i blancos possono contare su un patrimonio tecnico che i bianconeri si sognano. Guardate l’azione del secondo gol madrileno contro il Copenhagen: tacco di Benzema, rabona di Di Maria, Ronaldo prende l’ascensore e incorna sotto la traversa. Questa gente, semplicemente, la Juve non ce l’ha, o perlomeno non in abbondanza. E, in difesa, siamo alle solite: i Bonucci, i Chiellini, gli Isla, gli Asamoah, in Europa sono puro proletariato.

Ma sarebbe sbagliato indicare nell’inferiorità tecnica il solo motivo degli stenti bianconeri in Europa. A nostro modo di vedere, è anche una questione di modulo. Del magnifico lavoro di Antonio Conte abbiamo tessuto le lodi in abbondanza, ma ora non possiamo fare a meno di sottolineare un eccesso di prudenza nell’affrontare il passaggio a un livello più alto. La difesa a tre, che poi è sempre una difesa a cinque, ha dato equilibrio e solidità a un reparto che non conta alcun fenomeno (nemmeno Buffon lo è più), ma ora rischia di costituire un limite. La realtà dei fatti è che nessuna grande squadra difende con così tanti uomini. Né adesso, né in passato. Non certo l’Ajax di metà anni Novanta, la cui interpretazione della difesa a tre era smaccatamente più offensiva, né tutte le regine d’Europa che sono venute dopo. I grandi si difendono a quattro, non a cinque. Togliere un uomo all’attacco (nel caso dei bianconeri, il trequartista o l’esterno offensivo) per consegnarlo alla difesa non paga, non a certi livelli. Il guaio è che ora arriva il Real Madrid, non l’avversario ideale per la transizione a un sistema di gioco più sbilanciato.