La storia, almeno quella calcistica, passa ancora una volta per Torino, sponda bianconera. La Juventus nell’anticipo di sabato 2 maggio battendo la Sampdoria al Ferraris si è aggiudicata il suo 31° titolo di Campione d’Italia (ci atteniamo rigorosamente alle indicazioni del presidente del Coni Malagò e del conteggio della Figc, lasciando le polemiche e i contenziosi sui numeri a Marotta, Agnelli e quanti insistono nel volerne considerare 33), 4° scudetto consecutivo dopo l’era Conte e primo del nuovo arrivato Massimiliano Allegri, già trionfatore tricolore con il Milan nella stagione 2010-2011. Con ben quattro giornate d’anticipo dunque i bianconeri possono archiviare la questione scudetto per concentrarsi con maggiore tranquillità agli altri due obiettivi stagionali: Coppa Italia e Champions League, con quest’ultima già alle porte con la sfida di semifinale contro il Real Madrid.

Sobri dunque i festeggiamenti di società, giocatori e di tutto il popolo juventino che attende di poter eventualmente e auspicabilmente di ingigantire la festa. Una sobrietà che è stato anche il leitmotiv di tutta una stagione per una Juventus che ha dominato con la forza del suo gioco e l’intelligenza di tante sue scelte, prima tra tutte quella di invitare un grande allenatore come Allegri dopo che nell’estate del 2014 quell’indomito trionfatore di Antonio Conte aveva deciso di abdicare pro-Nazionale. Allegri in quella strana estate ha trovato un gruppo di giocatori, di campioni, con la sindrome dell’abbandono ma ancora affamati di vittorie. Il lavoro più faticoso è stato quello di convincerli che loro erano ancora i più forti di tutti e che quello di Conte avrebbe rappresentato solo il primo step di un percorso molto più lungo, duraturo e glorioso. Che dopo l’Italia si sarebbe potuta conquistare anche l’Europa. Allegri è il tecnico che ha permesso agli stessi giocatori di sognare il fatidico triplete, affamandoli, se possibile, ancora di più.

La base di questo sogno però è sempre stata la terra sulla quale poggiare i piedi, o meglio il prato verde dei campi da calcio, quello dello Juventus Stadium in primis, la casa madre da cui tutto è ripartito, quella che custodisce i principi della nuova Juventus post calciolpoli: razionalità e concretezza. Il tecnico livornese è il paradigma di tali principi, colui che consapevole di una lunga faticosissima stagione “multitasking” ha saputo ottimizzare le sue risorse senza inutili sprechi di energie: la vittoria per 1-0 come risultato ideale per economizzare le forze (una classifica che congelata sulla 34a giornata recita 24 vittorie bianconere, 6 delle quali vinte per 1-0 – una su quattro -, 10 se si considerano quelle con lo scarto di un gol) lungo un percorso battuto da una continuità martellante e da insindacabili prove di forza negli scontri diretti con le grandi e con le dirette inseguitrici in classifica che ha stabilito e reso sempre più abissale la distanza tra la Juventus e le altre. il 31° scudetto come simbolo di vittoria di un collettivo forte e duttile, fatto di Tevez, Pirlo, Pogba e Vidal ma anche di non-campioni utilissimi alla causa come Llorente, Sturaro, Caceres e Padoin, pronti a fronteggiare un’annata costellata di infortuni, molti dei quali eccellenti e prolungati (Asamoa, Barzagli, Pepe, Caceres, Pogba, Pirlo).