Il calcio è un gioco di squadra e le colpe, come è giusto che sia, si dividono tra i presenti. Quella con l’Uruguay non è stata una partita tanto diversa da quella con il Costa Rica. Zero goal fatti e un goal subito. Stesso copione ripetuto per ben due volte. Variando alcuni elementi in campo, il risultato non è cambiato, anzi, è stato la sintesi della mentalità attuale italiana. Sono stati pochi a correre, e un esempio è stato Marco Verratti. Ha corso talmente tanto che è dovuto uscire per crampi incessanti.

Oggi non mi voglio soffermare sui singoli. Non sarebbe giusto, perchè nel calcio si gioca insieme. Si vince insieme e si perde insieme. Ripeto, insieme. Ieri l’Italia ha affrontato una squadra con cui non doveva assolutamente perdere. Non doveva. E le responsabilità ripeto, sono di tutti. E il primo, fra tutti, ad aver sbagliato è stato Cesare Prandelli. L’unico che mi permetto di citare. Un CT che della bravura di un CT in questo Mondiale ha messo pochissimo, forse nulla. Saper gestire una squadra non significa contare completamente e solamente su un calciatore. A tennis si può giocare da soli, ma nel calcio si conta sulle singole forse di ognuno e si mettono insieme per formare il mix migliore che c’è. L’Italia del 2006 perché ha vinto? Era un gruppo e tutti erano utili ma non indispensabili. Questa non è e non vuole essere una critica, ma è un pensiero e come tale è giusto condividerlo.

Ieri abbiamo perso tutti. E insieme dobbiamo rinascere perché il calcio in Italia sta morendo, e sono in pochi quelli che stanno cercando di salvarlo. Meno figurine e più calciatori. Meno chiacchiere e più fatti. Più mea culpa e meno scuse. Non puntiamo il dito contro il singolo. Perché mentre puntiamo il dito verso l’altro, gli altri tre puntano verso di noi.

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