Un altro 4-3 dopo 43 anni, dopo quello del ’70, anche questa volta dopo una gara col Messico e prima di una col Brasile. Ma tra questo Italia-Giappone e quell’Italia-Germania le analogie finiscono qui, anzi mi scuso per questa bestemmia calcistica non meno rumorosa di quella esplosa in mondovisione dal labiale di Prandelli (foto by InfoPhoto). La seconda uscita azzurra nella Confederations Cup è stata uno spettacolo di sofferenza e non solo per l’orario: pessima performance di Giaccherini e compagni, mal schierati dal cittì, dominati per quasi tutto l’incontro dai pimpanti campioni d’Asia, eppure usciti vincenti per una combinazione di ingenuità nipponica e fortuna smaccata.

Che non sarebbe stata una nottata facile lo si è capito dopo una manciata di minuti, quando l’ineffabile Dossena commenta così i fischi assordanti del pubblico neutrale ogniqualvolta tocca palla un azzurro: “i brasiliani iniziano aver paura di noi, eh eh”. Eh eh. Seguono quaranta minuti di panico e paura, con la conigliesca Italietta disegnata da Prandelli – quattro difensori e cinque centrocampisti contro il Giappone, roba che neanche il Trap del 2002 – presa a sberle da Kagawa e compagni, loro sì scesi in campo per giocare a pallone. Un brutto retropassaggio di De Sciglio e una svista dell’arbitro regalano a Honda il rigore dell’1-0, con Buffon stranamente immobile, forse convinto che il trequartista del CSKA gli avrebbe passato la palla. Prandelli decide che non basta far sentire forti i giapponesi, ora vuole anche farli sentire alti: fuori Aquilani, inspiegabilmente schierato come trequartista, e dentro Giovinco, a formare con Giaccherini un supporting cast per Balotelli da brivido caldo. Pensata non da Nobel e infatti subito dopo il Giappone raddoppia con il mancuniano Kagawa. In tutto questo, gli azzurri non hanno mai messo piede nell’area avversaria. Fortuna vuole che, al primo cenno di vita, arriva anche il gol che riapre l’incontro: corner di Pirlo e capocciata vincente per De Rossi, al 15esimo centro in nazionale (record per un centrocampista). E allo scadere Giaccherini per poco non completa il furto, ma il suo sinistro centra il palo basso.

La rapina si completa, non si sa bene come, a inizio ripresa, quando l’Italia entra in zona-Istanbul (sì, mi brucerà per sempre) e nel giro di cinque minuti ribalta il risultato, grazie a un’autorete propiziata da Giaccherini e a un rigore (dubbio) trasformato dal cecchino Balotelli. Per Dossena, i piccoli Hirohito di Zaccheroni sono destinati a capitolare in fretta per esaurimento delle energie: ovviamente sono le batterie azzurre a colare immediatamente a picco. A metà ripresa il Giappone pareggia con Okazaki, che approfitta della disposizione stile-Milan della difesa italiana su punizione di Endo. Prandelli ci regala un’altra sfida Nagatomo-Abate anche a ventimila leghe di distanza e poi si mette in un angolo a pregare, a modo suo. Oh, funziona. I giapponesi sbagliano l’impossibile, centrano tre legni, segnano in fuorigioco, ma a cinque minuti dalla fine, dopo una magnifica giocata di De Rossi rifinita da Marchisio, è Giovinco a infilare la rete del 4-3. Big in Japan, in tutti i sensi.