Quella dell’esonero di Pippo Inzaghi è diventata una prospettiva nient’affatto trascurabile, sempre che lo si voglia considerare un allenatore come tutti gli altri e non un raccomandato di lusso con l’apprezzabile plus di costare relativamente poco. A pendere sulla capoccia brizzolata del tecnico del Milan non sono solo i risultati negativi, ma anche la cifra stilistica di un gioco che è quasi blasfemo nei confronti della celebre filosofia aziendale del “vincere e convincere” di sacchiana memoria. E ancora: il linguaggio del corpo dei giocatori nelle ultime partite parla di una squadra spaventata, priva di punti di riferimento e soprattutto di fiducia in chi l’allena. Insomma, c’è tutto il necessario perché un club italiano decida di nascondere tutti i suoi problemi sotto il comodo tappeto dell’esonero dell’allenatore.

Inzaghi a rischio esonero?

E qui si ritorna all’implicita domanda iniziale: Filippo Inzaghi (foto by InfoPhoto) è un allenatore come tutti gli altri? Con tutto il bene del mondo, per quanto visto finora è perfino complicato ascriverlo alla categoria: la rosa è mediocre e l’obiettivo Champions League è sempre stato una pretesa illogica da parte di una società putrescente, ma certo era doveroso attendersi di più, almeno sul piano dell’organizzazione, della voglia e della corsa, ovvero i tre punti programmatici evidenziati dallo stesso Pippo nel precampionato. Di certo, Inzaghi non è come tutti gli altri, almeno non al Milan: è l’eroe di Atene, ultima grande vittoria internazionale del club, e non ci si può disfare così delle proprie bandiere.

Poi ti viene in mente che anche Clarence Seedorf era stato una bandiera del club, pietra angolare del ciclo ancelottiano e ancora protagonista nell’anno dell’ultimo trionfo con Allegri, nel 2011. Era inviso a Galliani, d’accordo, ma era il cocco del proprietario. E cosa dire di Paolo Maldini, la quintessenza del milanismo, che per via degli screzi con l’amministratore delegato a Milanello non ci ha messo più piede, se non da turista? Certo, Paolino pretendeva un ruolo operativo ex cathedra, non la più umile delle richieste, ma non si è provato nemmeno con una via di mezzo.

Inzaghi non è a rischio, non nell’immediato. Adriano Galliani si è esposto troppo per la sua incoronazione e proverà a proteggerlo con ogni mezzo, da bravo parafulmine. Ma la storia ci insegna che nemmeno in quella che si spaccia come una grande famiglia la pazienza è infinita. Quel che è certo è che Inzaghi non è il solo a rischiare: se anche quest’anno si rivelasse uno sfacelo, anche il suo principale sponsor sarebbe nuovamente esposto al fuoco amico delle nuove leve dirigenziali.