L’Inter fuori dall’Europa League, nonostante il 4-1 al Tottenham nel match di ritorno (foto by InfoPhoto). Logico, si dirà, visto quanto combinato a White Hart Lane. Certo. Ma uscire così fa male: non tanto per come è stato, piuttosto per il pensiero martellante di come sarebbe potuto essere, se solo se. Se all’andata non si fosse scelta quella formazione cervellotica, se l’approccio mentale alla gara fosse sempre quello eccellente di ieri sera, se Cassano avesse voglia di giocare più di una volta ogni venti partite, se la vecchia guardia non fosse consunta dalla polvere di mille battaglie, se i Palacio e i Guarin non fossero costretti a tirare la carretta senza interruzione. Se, se, se.

Ma c’è qualcosa che potrebbe far ancora più male all’Inter, ed è una cattiva lettura di ciò che è accaduto a San Siro. Il 4-1 è figlio dell’orgoglio di campioni, come Cambiasso e Zanetti, che non ne vogliono sapere di essere cassati nell’ignominia, del fuoco di alcuni giovani, del talento squinternato e occasionale di Cassano, quanto del vergognoso atteggiamento del Tottenham, sceso a Milano con l’insopportabile supponenza di chi era convinto che sarebbe bastata una sgambata balneare per tagliare il traguardo senza nemmeno bagnare la maglia. E non di una presunta, sottostimata qualità della rosa; e non del lavoro oscuro di Stramaccioni; e non della bontà delle strategie di mercato. Questo non può e non deve passare.

Massimo Moratti è un emotivo, si sa, e si innamora facilmente: anche e soprattutto delle imprese a metà, dei campioni incompleti, dei traguardi mancati, delle condanne della sfortuna. La storia dell’Inter pre-Calciopoli è zeppa di esempi in tal senso. E sappiamo come è sempre finita: con un pentimento tardivo, un cambio di rotta fuori tempo massimo, una cura peggiore della malattia. La valutazione della stagione nerazzurra e del lavoro di dirigenti e staff tecnico dovrà prescindere dal match coraggioso e infelice contro il Tottenham: per il bene dell’Inter, anzi, sarebbe meglio che non ci si pensasse affatto.