Un derby d’Italia che nonostante i deprimenti presupposti è stato capace di regalare emozioni fino alla fine, alzi la mano chi se lo aspettava. Evidentemente le condizioni erano solo e semplicemente supposizioni: match inutile per una Juve già campione d’Italia, training in vista della Coppa Italia, test per non subire cali di tensione nel prosieguo della stagione, etc. etc. E un Inter che invece dall’altra parte avrebbe dovuto affrontare un turno quasi di routine contro una squadra in fase di decompressione per arraffare punti a Sampdoria, Fiorentina e Genoa nella (ultima) corsa all’Europa League. Invece, stupore, ma forse non più di tanto, la Juventus anche in assenza di sette – e diciamo sette – titolarissimi come Buffon, Chiellini, Evra, Pirlo, Pogba (entrato nel finale del secondo tempo), Vidal e Tevez, riesce a sbancare il Meazza con Matri su rigore e l’eroe del Bernabeu e del momento, Alvaro Morata.

Papaveri e papere. È un 1-2 che lascia a terra l’Inter, anche e soprattutto nella rincorsa al treno per l’Europa. Un match che fotografa lo stato delle cose in un campionato perfetto, quello dei bianconeri, e l’ennesima stagione da incubo, quella dei rivali di sempre. Un brutto compleanno per Moratti che mastica molto amaro e che solo cinque anni fa sollevava una panoplia di trofei. Ci si chiede – tutti sbigottiti – come abbia fatto l’Inter a perdere con le riserve della Juventus (o la Juventus B o quel che si vuole), soprattutto alla luce di spinte motivazionali praticamente opposte. Ma è proprio da questa tipologia di eventi che si misura la distanza siderale tra i due club, che va anche al di là dei 31 punti che li separa in classifica. L’Inter elargisce regalie assurde (il retropassaggio scellerato di Medel che ha provocato il rigore di Vidic su Matri, la papera di Handanovic sul tiro innocuo di Morata), la Juventus non lascia nemmeno le briciole. La Juventus è napoleonica, punisce e vince anche quando gioca peggio, anche quando è avulsa dalle logiche di risultato. È una pura e semplice questione di Dna.

Dio perdona la Juventus no. Eppure l’Inter parte bene, è attiva, motivata e anche cattiva in qualche circostanza e nella prima mezzora di gioco sa come aggredire una Juventus visibilmente scarica e anche un po’ vacanziera. L’Inter però è anche una squadra che commette ancora errori fatali e non sa sanarli in corso d’opera. La Juventus non perdona e in quanto grande squadra è anche cinica. Un sillogismo che ai nerazzurri manca da parecchio. Si va al riposo con un improduttivo 1-1 per i padroni di casa con l’Inter che ha speso tanto e la Juve che invece è rimasta a guardare con un sogghigno malefico tanta inconcludenza (al netto di una rete regolare non convalidata a Brozovic per presunto fuorigioco e una mancata espulsione di Vidic per fallo da ultimo uomo) e anche tanta sfortuna, per carità.

Il rettile e l’ufo. Allegri si fa sentire negli spogliatoi e nella ripresa è già un’altra Juventus, che si è stancata di essere inoperosa ed è consapevole di poter ottenere il massimo da quelle riserve che tanto hanno dato alla causa bianconera nel corso di una stagione. E, a conti fatti, tranne un Romulo ancora in stato di semi-degenza, molto meglio quelle riserve che buoni giocatori titolari incapaci però di costituire una squadra. Mentre infatti la Juve ha sviluppato in crescita i cromosomi di un rettile sempre più famelico, l’Inter è sempre più l’ufo di sé stessa. La difesa è sempre lo stesso thriller sanguinolento, D’Ambrosio e Brozovic parlano due lingue incomprensibili tra loro anche con la palla al piede, l’asse – se mai ce n’è stato uno – Kovacic-Shaqiri è un arabesco improbabile e la fase di non possesso genera costantemente voragini nelle quali il (poco) gioco della Juventus sguazza. Nessuno tranne i polmoni di Brozovic e Medel cerca di arginare a centrocampo, le scorribande di Morata coast to coast non trovano ostacoli mentre la manovra nerazzurra è sistematicamente involuta ed estenuante, se poi c’è anche uno Storari nella serata dei miracoli, il gioco è fatto: game over per l’Inter con Mancini che dovrà ricostruire di nuovo un’identità di squadra dalle macerie, soprattutto psicologiche.