Speravate che la pausa per le nazionali avesse rinfrescato l’ambiente, in attesa del ritorno del campionato nel turno pre-pasquale con tanto di Inter-Juventus già a bollire in pentola? Tranquilli, ci pensa Gianluca Pagliuca (foto by InfoPhoto) a riportare tutti a terra. Intervistato dal Corriere dello Sport, l’ex portiere di Inter e nazionale ritorna sullo stramaledetto scudetto 1997-98, la faglia di Sant’Andrea che ha irrimediabilmente diviso la zolla nerazzurra e quella bianconera, il peccato originale del nostro calcio, padre e madre di tutti i complotti calcistici del nuovo millennio:

“Quello della stagione 97/98 fu uno scudetto rubato al 100%, quella partita fu la ciliegina sulla torta: quell’anno successero cose strane. Su Ronaldo era rigore tutta la vita, ce ne accorgemmo tutto in campo. Ammettere la verità certe volte non farebbe male. Io mi sentii preso per i fondelli. Eravamo fortissimi, un mix di italiani e stranieri, un gruppo molto unito. Quello scudetto fu la più grande amarezza da interista“

Sono i termini, ancor più che i concetti, a risultare indigeribili a quasi tre lustri di distanza. “Scudetto rubato”: non significa nulla. Possiamo arrivare a riconoscere che, in quello come in altri casi, un errore arbitrale abbia ahinoi condizionato pesantemente l’esito di una partita e parzialmente quello di un torneo (lungo) come il campionato italiano. Ma niente di più. Dove sarebbe la frode? Dove il ladro, dove la refurtiva, dove le prove? Non c’è nemmeno il paravento di Calciopoli, con il suo codazzo di intercettazioni, schede svizzere e pettegolezzi sparpagliati a mezzo stampa, con quella dialettica termidoriana che va molto di moda di questi tempi anche e soprattutto in altri ambiti (vedasi pentastellati e simili).

“Ammettere la verità”? Quale verità? Emersa da quali evidenze? Stabilita da quale tribunale? Finché non si imparerà ad accettare il verdetto del campo da un lato, e quello dei tribunali dall’altro (vero, Agnelli e compagnia?), polemicucce infantili come queste continueranno ad ammorbare il nostro calcio, prosciugandone l’epica e riducendolo a una primitiva guerriglia di tribù rivali.