Dopo il bislacco prepartita di Massimo Moratti, che alla vigilia di Inter-Juventus ha trovato una buona idea il mettersi a commentare il passato di José Mourinho e il futuro di Stramaccioni, anche Antonio Conte (foto by InfoPhoto) si iscrive alla contesa. Nella conferenza stampa del giorno prima, infatti, il più bianconero dei tecnici bianconeri ha risposto così a una domanda circa un suo possibile futuro sulla panchina del Nemico:

Mai dire mai, io sono un professionista. Sono sempre il primo tifoso delle squadre che alleno, è stato così ad Arezzo, Bari, Siena e naturalmente qui alla Juventus”.

Ci piace pensare che Conte abbia voluto semplicemente abbassare i toni, peraltro non eccessivamente elevati (una volta tanto), di una contesa tradizionalmente esplosiva, sul campo ma soprattutto fuori. Aprire uno spiraglio per un futuro dall’altra parte della barricata, per quanto sia ovviamente un’ipotesi remota, va letta sostanzialmente come una sorta di appeasement: come a dire, non c’è bisogno di alcun odio settario, il tutto deve rimanere entro i limiti della rivalità sportiva.

In realtà, c’è anche un altro modo di guardare allo strano outing del tecnico salentino, un modo che forse farà ancora meno piacere ai suoi attuali tifosi. Conte non difetta di autostima e sa bene di essere il vero, grande artefice dell’eccezionale biennio juventino, come è ben consapevole di aver attirato su di sé le attenzioni di qualche grande club europeo. I rapporti con Corso Galileo Ferraris sono eccellenti dal punto di vista umano e la corrispondenza emotiva tra dirigenza e allenatore è indubbia: eppure, se si parla di strategie di mercato, si riscontrano vedute divergenti. È da un anno che Conte chiede rinforzi di qualità nel reparto offensivo e fino a questo momento la risposta di Marotta si è incarnata nei vari Giovinco, Bendtner e Anelka, che non fanno un top-player neppure a moltiplicarli tra di loro. A giugno arriverà Fernando Llorente, ottimo (ma non straordinario) attaccante che tuttavia, a occhio e croce, nella testa di Conte servirà soprattutto come arma tattica, in quanto non facilmente inquadrabile nel gioco dinamico professato dal tecnico dalla chioma chimica. Ed ecco che, in questo quadro d’insieme, la frase “io sono un professionista” assume tutto un altro peso, finendo per assomigliare a un tiepido avvertimento ad uso interno. Nulla di cui preoccuparsi, per il momento, almeno finché l’outing non si trasformi in aut-aut.