Dopo la figuraccia rimediata a Wolfsburg nell’andata degli ottavi di Europa League in casa nerazzurra ci si attendeva una reazione da grande squadra, serviva un segnale più che positivo per conferire un senso a una stagione – l’ennesima – complessa, contraddittoria, inseguita come da qualche anno a questa parte dal fantasma del fallimento, e invece è ancora buio a San Siro, con l’Inter che non riesce ad andare al di là di un risicatissimo 1-1 con il Cesena, penultimo in classifica (se non ci fossero numeri e statistiche ad illustrarne le motivazioni, ci si chiederebbe seriamente il perché) ma pieno di personalità.

Melanconia I. L’immagine finale di Mancini con le mani nei capelli dice tutto. L’ottimismo, si sa, “è il profumo della vita”, ma occorrono le condizioni per pensare e vivere in maniera ottimistica. La realtà è un’altra cosa. La realtà è quella di una squadra “sfondata”, ovvero senza fondamenta: ideata e costruita per un allenatore che non era Mancini, il quale inizia finalmente a tirare qualche magra somma guardando sconsolato una media punti a partita inferiore a quella del suo predecessore Mazzarri e un ruolino di marcia paragonabile a quello di un club che sta annaspando nei bassifondi della classifica. La realtà è quella innanzitutto di un’abiura al terzo posto (obiettivo abbastanza fantasioso già nel suo esser stato fissato), di un probabile addio all’Europa League (e di conseguenza ad ogni sogno utopico di Champions) a meno di miracoli e 11 giornate di campionato per cercare con qualsiasi mezzo di conquistare l’Eurozona calcistica.

La termodinamica non aiuta. L’Inter è una squadra che funziona dalla trequarti in su, perché ha giocatori di grande qualità come il nuovo innesto Shaqiri, l’evergreen Palacio e un Icardi maturato tantissimo e sempre più uomo-faro là davanti, per il resto è un’entropia dalla quale può scaturire tutto e il contrario di tutto. Molto dipende dalla condizione astrologica, dalle lune di Guarin o Hernanes – altri giocatori dal talento infinito che però spesso se lo dimenticano a casa – dal fatto che i Santon e i D’Ambrosio di turno, molto validi come quinti di centrocampo, si ricordino che esiste anche la fase di copertura e che in una partita di calcio è una fase fondamentale. Bastava osservare solo per un attimo un qualsiasi frame del match per accorgersi che durante la fase di non possesso le linee interiste, al contrario di quelle del Cesena, ordinate, precise, compatte, mondrianiane, assomigliavano a un arzigogolo di Mirò. L’Inter è una squadra che si muove male nella fase offensiva – troppo statica e involuta nelle manovre orizzontali, imprecisa in quelle verticali – dove raramente aggredisce lo spazio (col Cesena si ricorda di farlo nel secondo tempo, nella sera in cui Podolski azzecca la partita, quando Palacio riesce a impattare lo svantaggio firmato da Defrel) e peggio in quella difensiva nella quale tutti corrono dietro la palla come ragazzi d’oratorio e le amnesie in area preoccupano come l’alzheimer.

Corpi estranei. In tutto questo potpourri c’è anche chi come Kovacic, richiamato a squarciagola dal Mancio spesso e volentieri, figura sempre più come corpo estraneo. Le prestazioni lasciano a desiderare complice un principio maledettamente inalienabile di discontinuità. La posizione del fantasista (?) croato per il tecnico jesino è un autentico rompicapo: se gioca da trequartista vede poco la porta e non aggredisce il portatore di palla avversario, da mezzala si dimentica completamente di ripiegare, nel ruolo di regista (come agli albori della carriera alla Dinamo Zagabria) si rischia di rinunciare a tutto il suo potenziale offensivo. Tutti motivi per i quali il feeling tra Mancini e Kovacic non è mai sbocciato, ulteriore nota di preoccupazione nella lista infinita del taccuino melanconico dell’allenatore.