L’Independence Day catalano è alle porte, e benché non ci siano gigantesche astronavi aliene sospese in aria i segni di un disastro incombente non mancano comunque. Domenica le elezioni regionali rischiano di sancire il trionfo di Junta pel sì, la coalizione che riunisce alcuni partiti secessionisti, che hanno già annunciato di voler intraprendere il percorso che porterebbe all’indipendenza Catalogna entro il 2017. Uno scenario potenzialmente deflagrante sotto punti di vista molto più importanti del calcio – basti pensare che Bruxelles ha già anticipato che una Catalogna indipendente non potrebbe mai entrare a far parte dell’UE (Madrid voterebbe contro, ovviamente), e che questo comporterebbe una serie di conseguenze difficilmente prevedibili, finanziarie, giuridiche e di sicurezza – ma la cui onda lunga finirebbe inevitabilmente per infrangersi anche sul principale veicolo della nazione catalana nel mondo, ovvero l’FC Barcellona.

Il presidente della Liga, Javier Tebas, ha già messo le mani avanti: se la Catalogna diventa indipendente, il Barcellona non può giocare nel massimo campionato spagnolo. Terrorismo psicologico (su imbeccata di qualche pezzo grosso) volto a influenzare il risultato delle urne? Probabilmente sì, ma è tutt’altro che una vuota minaccia: il regolamento è chiaro e prevede la partecipazione solo di squadre spagnole e di Andorra. Certo, si potrebbe emendare, ma la cosa, ammesso che sia fattibile e accettabile, richiederebbe comunque tempi piuttosto lunghi, e nel breve periodo la Liga non potrebbe che procedere con l’esclusione del Barcellona: ovvero, del club che in 10 anni ha vinto 6 titoli spagnoli e 4 titoli europei, più una montagna di trofei accessori.

La scelta, drammatica quanto inevitabile, porterebbe con sé altri esiti nefasti. Dal punto di vista commerciale, diritti televisivi e sponsor, sarebbe uno tsunami inimmaginabile, e già tremiamo all’idea delle battaglie legali incrociate che si scatenerebbero. A rimetterci non sarebbe solo il Barcellona, costretto a giocare in un ridicolo campionato catalano senza alcuna tradizione né consistenza, ma anche la Liga, che si trasformerebbe automaticamente in un feudo privato del Real Madrid e lascerebbe per strada tutto il suo appeal costituito in gran parte dalla rivalità blancos-blaugrana. L’anno scorso, Bloomberg ha calcolato che questo comporterebbe un calo netto dei tifosi internazionali, con gravi perdite di fatturato per ciò che riguarda il merchandising.

E la Champions League? La Catalogna indipendente, dopo la sua ammissione all’UEFA, avrebbe comunque un coefficiente pari a zero e non avrebbe posti nelle coppe garantiti. Il Barcellona, la squadra più forte e vincente degli ultimi 20 anni, costretta a partecipare ai preliminari di inizio estate? Un paradosso non così improbabile. E non parliamo di quello che accadrebbe a livello di nazionale.

Il presidente Bartomeu ha dichiarato che “il Barcellona è neutrale e non fa politica“, ma questa suona come una difesa goffa e tardiva. Per dire, lo scorso 10 ottobre 2014 la società blaugrana (che non si è mai sentita confinata al calcio, vedi slogan “mes que un club”) comunicò orgogliosamente sul proprio sito ufficiale l’adesione formale al Patto Nazionale Catalano per l’Autodeterminazione, con tanto di firma da parte dello stesso Josep Bartomeu. In tutte le partite casalinghe, al minuto 17’14 del primo tempo il Camp Nou grida “Indipendencia”, in memoria della sconfitta catalana del 1714 per mano del re di Spagna Filippo V. Personaggi come Xavi e Piqué – che pure hanno vinto qualcosa con la nazionale spagnola – hanno sfilato in prima persona durante le manifestazioni per l’indipendenza. E non dimentichiamo che tra i 135 candidati della lista Junta pel sì c’è anche il nome di Pep Guardiola, icona blaugrana e irredentista della prima ora.

Qualche mese fa, il brasiliano Dani Alves si era detto perplesso sul fatto che il popolo catalano avesse ben chiare le ripercussioni che comporterebbe l’indipendenza. A quanto pare, nemmeno il suo club le aveva. Ora si tenta una parziale retromarcia, sperando che non sia troppo tardi.